NOTRE DAME / TRE ANNI FA UN “TENTATO ATTENTATO”. E COSA FANNO I “SERVIZI” FRANCESI?

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Rogo di Notre Dame. Oltre allo sgomento e alla commozione, subito una certezza: nessun dolo, nessun attentato, tutto chiaro e limpido, si tratta di un “incidente”.

Certo il presidente Emmanuel Macron che parla di dieci anni per ricostruire e di gara per la solidarietà; certa la polizia che non mette in dubbio la causalità del rogo; certa dopo poche ore la procura, che senza aver fatto il minimo accertamento né lo straccio di un sopralluogo subito parla di incidente. Certi anche i vigili del fuoco, sopraggiunti in 400 per domare le fiamme. Manca solo il “fato”, il destino cinico e baro poi il cerchio è chiuso.

Ines Madani

Tutti compatti, allineati e coperti, a priori, sul fatto che altre piste non vadano seguite.

Tutti certi, fin dal primo istante. In silenzio, per ora, i servizi segreti. Ma già sui social gira un interrogativo: loro cosa ne sanno? Sicuro niente? Cosa ha fatto l’intelligence francese nei giorni e nelle settimane scorse? Nessun segnale?

E pensare che solo tre giorni fa il tribunale di Parigi ha condannato a otto anni di galera una jadista, Ines Madani, per aver fatto opera di proselitismo e reclutamento. Mentre il 23 settembre prossimo comincerà il processo a suo carico (e di altri presunti terroristi) per aver organizzato un attentato a Notre Dame quasi tre anni fa, il 4 settembre 2016.

Qualcuno ne ricorda qualcosa? E, soprattutto, i servizi segreti francesi cosa hanno scoperto dietro a quelle trame terroristiche? Non c’è per caso qualche zampino dietro a quel “tentato attentato”?

Ma vediamo più da vicino di che si tratta, perché la storia è stata praticamente oscurata, a suo tempo, dai media.

 

IL PRIMO ATTACCO A NOTRE DAME

4 settembre 2016. In Rue de la Bucherie, a un passo da Notre Dame, viene trovata un’auto zeppa di bomboloni di gas, pronti per esplodere. C’è anche un foglietto in arabo. Artificieri e 007 intervengono per disinnescare l’ordigno, ma la notizia “non fa notizia”.

Il presidente Francois Hollande, comunque, scrive due righe per ringraziare la sua intelligence che è stata in grado di prevenire un possibile attentato. Dice infatti: “sono state le informazioni dei servizi segreti a farci agire in anticipo e prevenire la tragedia”.

Emmanuel Macron

La principale indiziata – viene presto accertato – è Ines Madani, un neo capo cellula che agisce con il nomignolo di combattimento “Abu Omar”.

E’ stata reclutata da un pezzo grosso jadista, Oumar Diaw, alias “Abou Barrou”.

Per alcuni mesi (tra marzo 2015 e giugno 2016) Madani svolge un ruolo di sensibilizzazione jadista via social. A quanto pare non solo per allargare il fronte degli adepti, ma anche in vista dell’attentato di Rue de la Bucherie. Per fare solo un esempio documentato, arruola una madre di tre figli, Ornella Gillgmann: va formandosi una squadra prettamente femminile. La stessa Gillgmann confermerà agli inquirenti il suo arruolamento: Ines l’aveva contattata via sociale come Abu Omar, per poi rivelare la sua vera identità una volta ottenutane l’adesione.

Nella rete di polizia finiscono un’altra donna, Sarah Herevouet, e Amal Sakou. Durante la retata successiva alla scoperta dell’auto zeppa di gas, Sarah prima d’essere arrestata – coperta in volto da un velo – sferra una coltellata ad un poliziotto.

Sarah Herevouet

Nelle poche notizie successivamente trapelate, viene alla luce il probabile collegamento con un’altra cellula che opera in Normandia, e che il 26 luglio dello stesso anno, il 2016, fa irruzione nella chiesa a Saint Etienne du Rouvrait, appunto in Normandia, sequestrando per alcune ore i fedeli riuniti e poi ammazzando il parroco di 85 anni.

Il processo di qualche giorno fa, il 12 aprile, ha avuto uno svolgimento lampo: solo tre giorni, poi la sentenza di condanna, per Ines Madani, a otto anni di galera.

E con ogni probabilità più pesante sarà la sentenza per il processo che si aprirà il 23 settembre, con l’imputazione di tentata strage per il fallito attentato di Rue de la Bucherie, a pochi metri da Notre Dame, quel 4 settembre 2016.

 

SERVIZI FRANCESI, DA USTICA A GHEDDAFI

Racconta chi di servizi francesi ne mastica da tempo: “Ricordo un detto: chi semina vento raccoglie tempesta. E rammento ancora il continuo doppiogiochismo francese, che a volte si ritorce come un boomerang. Otto anni fa la tragica fine di Gheddafi, il voltafaccia francese, i giochi sporchi dei servizi segreti. Come poi il ruolo svolto, con gli Usa, per le primavere arabe taroccate. E adesso la politica pro Haftar. Sono vicende che seguono una logica di lungo corso, sulla scia delle politiche coloniali di un tempo. Come mai Parigi e la Francia sono sempre nel mirino dei terroristi? Quale è il vero ruolo giocato dai servizi segreti transalpini?”.

Matteo Salvini

Parole che pongono una sfilza di interrogativi. Che non possono essere risolti in un baleno con risposte secche, senza neanche aver effettuato un minimo di verifica, di controllo sulla scena della tragedia, come è ovvio a poche ore dal rogo.

Nasconde qualcosa quella totale mancanza di dubbi, quella certezza così granitica? Racconta ancora la nostra fonte: “Una volta veniva seguita la tecnica dello ‘sbatti il mostro in prima pagina’, senza indagini trovato il colpevole che poi non risulterà tale. Adesso si capovolge il copione: dai subito per certo che non c’è niente dietro, senza prove e senza alcuna controprova. Semplice Watson. E dietro chissà cosa si muove. D’altro canto ricordiamoci cosa hanno combinato i servizi francesi con la tragedia di Ustica…”.

Ne abbiamo scritto giorni fa, rammentando allo Sceriffo di casa nostra, Matteo Salvini, di domandar notizie al suo collega francese degli Interni (appena incontrato a livello Ue) sulla strage di Ustica.

Perché è stato per mesi sollevato un polverone su vari fronti con i francesi e non si è mai sognato, ‘O Sceriffo, di chiedere carte & documenti sugli itinerari delle portaerei francesi in quelle tragiche acque di Ustica la notte della tragedia?

Alcuni anni fa Canal Plus realizzò un reportage in cui veniva dettagliato per filo e per segno il ruolo giocato da quelle portaerei: e da una partì un missile killer che abbattè il nostro Itavia con 81 innocenti a bordo.

Perché i francesi non hanno mai mollato quelle carte? Ma soprattutto: perché non chiederle con quella forza e quei muscoli che in genere Sceriffo Salvini mostra?

Addirittura nel 1991 la Voce intervistò l’allora segretario alla Difesa Franco Piro, socialista, che parlò senza mezzi termini di un missile partito dalla portaerei Clemanceau.

Perché Salvini parla ogni giorno di migranti e se ne fotte dei morti di Ustica?

 

P.S. Fra tutte le aperture dei quotidiani internazionali, la più significativa e toccante è certo quella di Liberation. La cattedrale con la guglia spezzata e cadente, la sua sagoma scheletrica, il fuoco. E il titolo: “Notre Drame”. Peccato che vari mezzibusti Tg abbiano sottolineato la semplicità del titolo e qualcuno pure una comprensibile svista tipografica per la fretta e l’emozione; senza cogliere, neanche per caso, il tragico doppiosenso.

 

 

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