DIFENSORE CIVICO / IN LOMBARDIA BASTA LA “LICENZIA” MEDIA

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Anche senza lo straccio di un titolo di studio e appena con una “licenzia media” si può diventare Difensore civico in Lombardia.

Una sentenza ai confini della realtà, quella appena pronunciata dal TAR lombardo a proposito del ricorso presentato contro la nomina di tale Carlo Lio alla carica di Difensore civico: una carica non da poco, perché rappresenta un presidio di grossa importanza almeno negli altri paesi europei, per tutelare i cittadini contro gli abusi della pubblica amministrazione.

Un anno e mezzo fa, settembre 2017, la giunta ancora guidata dal leghista Roberto Maroni aveva nominato per quella poltrona il calabrese Carlo Lio, dopo il voto politico del Consiglio regionale. Una nomina che fece sobbalzare non pochi sulla sedia, visto che il pedigree di Lio era “impreziosito” da svariati incarichi nel sottobosco politico lumbard, ma sotto il profilo tecnico era corredato dalla sola licenza media. O meglio, licenzia media, come precisava l’aspirante nella domanda e nel curriculum.

Un impietoso servizio delle Iene ha fatto sbellicare dalle risate mezza Italia. Inseguito dal reporter, il trafelato Lio a stento riusciva a pronunciare qualche parola e per documentare le sue capacità tirava in ballo parenti e familiari che lo avrebbero aiuto nell’espletare l’incarico.

Ma chissenefrega. Agli ovvi ricorsi il Tar della Lombardia, dopo un anno e mezzo di ponderata riflessione, ha risposto senza mezzi termini che quel curriculum basta e avanza.

Che la nomina è prettamente politica.

Che non serve in alcun modo, come invece a ottima ragione reclamato dai ricorrenti, una comparazione tra i curricula: come a dire, se hai la laurea in giurisprudenza ed anche una specializzazione in diritto amministrativo, chissenefrega: può valere di più anche un “licenzia” media.

Peccato che il Consiglio di Stato, nel corso degli ultimi tre anni, abbia emesso ben cinque sentenze che dicono esattamente il contrario. Vale il merito, la professionalità documentata, l’esperienza maturata negli anni; non il criterio politico, lottizzatorio e clientelare, la raccomandazione di rito, ormai anche al nord. E, soprattutto, vale il criterio della “comparazione” tra i curricula, l’unico strumento ad hoc per stabilire chi merita e chi no, chi è un ciuccio patentato e chi ha i titoli per la nomina.

Avrà gioco facile, quindi, il Consiglio di Stato, per mandare a quel paese il Tar della Lombardia. Che mostra, almeno in questo caso, una totale ignoranza dei minimi principi di legge. E di buon senso.

 

Nella foto Carlo Lio

 

 

 

 

 

 

 

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