Il voto truccato in Ucraina e la latitanza dell’Europa

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Sono passati cinque anni da quel famoso Euromaidan che, partito come seconda “rivoluzione colorata ucraina”(dopo quella arancione, andata a male nel 2005), si trasformò in un colpo di stato vero e proprio. Sotto gli occhi e con il plauso dell’Unione Europea.

Cinque anni in cui sono evaporati entusiasmi e promesse: entusiasmi (della maggioranza degli ucraini) per un futuro “europeo” del loro paese, e promesse dell’Occidente che Kiev sarebbe arrivata in Europa (e nella NATO) in tempi brevi, in un tripudio democratico e con il benessere generale garantito dal Fondo Monetario Internazionale.

Le cose sono andate molto diversamente. Il futuro europeo dell’Ucraina è al di là dell’orizzonte, sebbene il Presidente uscente Petro Poroshenko lo abbia collocato (ma è solo lui che lo dice) oltre il 2015. Il benessere non è arrivato, anche perché il FMI i soldi non li regala, ma li presta a un tasso d’interesse non proprio generoso, e poi li vuole indietro. E, per averli indietro, chiede al governo di Kiev di “fare le riforme”. Ma le riforme costano lacrime e sangue ai cittadini ucraini, che vivono ancora nell’illusione di un Occidente generoso e spendaccione. Quindi non si fanno.

La NATO è arrivata, invece. È dietro l’angolo. Le piste degli aeroporti saranno riorientate verso il nord; sono arrivati gl’istruttori americani e tedeschi, anche armi nuove e più moderne, ma l’ordine di partire all’attacco tarda a venire. Nel frattempo si preparano le rampe di lancio dei nuovi missili antimissile americani, che non tarderanno ad arrivare. Ma, intanto, la Crimea è stata perduta per sempre, e il Donbass è divenuto due repubbliche che prima non c’erano e domani continueranno ad esistere.

I tre candidati in lizza, quelli che pretendono di poter vincere, l’oligarca Petro Poroshenko, la pasionaria che aveva la treccia, Julia Timoshenko, e il cantante e attore Volodymir Zelensky, sanno bene che la partita vera si gioca a Washington, tra il deep state e il presidente Trump. Vincerà chi sarà sponsorizzato dal vincitore d’oltre oceano. L’Unione Europea conta quasi niente, anche perché le posizioni dei baltici e della Polonia sono molto diverse da quelle di Bruxelles, dove, tutto compreso, si comincia a capire che una “politica europea di buon vicinato” non necessariamente significa la conquista imperiale dei vicini. Euromaidan non ha funzionato. L’Ucraina è troppo grande per poter essere nutrita e rifornita energeticamente dall’Europa.

Adesso — si pensa a Bruxelles — sarebbe probabilmente più comodo riprendere se non il dialogo almeno la cooperazione economica con Mosca, e farla finita con le sanzioni. Tanto più che, dopo il ritiro USA dall’accordo con Teheran, gli europei rischiano seriamente di trovarsi “sanzionati” da Washington. Ma come si fa a normalizzare le relazioni con Mosca trascinando la palla al piede di una Ucraina che sta in piedi solo perché nutrita di dosi massicce di ostilità anti-russa? Ci vorrebbe un candidato (o una candidata) disposto a voltare pagina. O, quanto meno, a riesaminare il disastro di questi ultimi cinque anni.

Ma un tale candidato non c’è, né Bruxelles è riuscita a tirarne fuori uno decente dal suo cappello a cilindro magico. Come erano belli i tempi in cui Kiev se ne stava quieta in equilibrio tra est e ovest, prendendosi i vantaggi della buona disposizione dell’uno e dell’altro.

Ma, per tornare a quei tempi, ci vorrebbe un’Europa convinta della necessità di conquistare finalmente la propria sovranità europea. E di farla valere nei confronti prima di tutto del Grande Fratello d’oltre oceano. E invece si è visto, con la visita di Xi Jinping, che l’Europa è ancora sotto la suggestione e il ricatto di Washington. Dove, nel pieno marasma che caratterizza le mosse del Presidente in carica, si assiste alla incredibile emanazione di “decreti” degli Stati Uniti che pretendono di dettare legge a tutto il pianeta. Come l’ultimo, che ha deciso di assegnare a Israele le siriane alture del Golan. Vittoria Nuland insegna ancora: “fuck the United Nations”.

Così il prossimo presidente dell’Ucraina uscirà da una roulette truccata dove la pallina sarà gettata a Washington e atterrerà nella più grande incertezza in una buca senza numero.

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