Pd, alla ricerca del tempo perduto

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Il confronto made in Usa Zingaretti-Martina-Giachetti, che la Rai avrebbe avuto il dovere istituzionale di ospitare – non fosse proprietà privata dei gialloverdi – è stato messo in onda da Sky. Si è concluso con le sei mani dei protagonisti strette una sull’altra, a dirci che i tre segmenti del Pd hanno un progetto comune, che l’unità del partito è salda. Chi ci crede merita la beatitudine, l’aureola, perfino la santificazione, per manifesta e miracolosa ingenuità. Il realismo della ragione racconta altro, ovvero che la progressiva debacle del centro sinistra è una somma di errori ed omissioni, primo fra tutti l’anomala promiscuità di componenti eterogenee, in qualche caso incompatibili: convivono nel dopo Pci anime in conflitto di ideologico o, se la parola intimorisce, di ideali, convinzioni, comportamenti divergenti.

Ha ragione chi liquida il tema della politica con la P maiuscola con la sentenza sbrigativa “Non c’è più né destra né sinistra”? Semanticamente avrebbe ragione, ma a dirlo è la voce del qualunquismo, che indirizza riabbia sociale e illusioni sul peggio di una pessima stagione politica. Con il senno dell’analisi logica per quanto accade con la catastrofe del governo giallo verde, il redde rationem delle primarie Pd certifica la previsione pessimistica sul futuro prossimo del centrosinistra. Stupisce la superficialità dei “fioretti” che i tre candidati alla segreteria hanno annunciato con sfumature diverse, ma identico obiettivo. Frasi come “Bisogna tornare a parlare con la gente”, “Priorità del Pd è il lavoro”, sono slogan, privi di progetti e di basi reali. Sullo sfondo di promesse e buone intenzioni c’è un problema grande, inevaso, avvolto nella nebbia dell’irrisolto: la statura, il carisma, lo spessore politico dei tre candidati è pari all’urgenza di far ripartire la sinistra con l’autorevolezza di un vero leader? I papabili per l’arduo impegno hanno le qualità per rigenerare un partito che in un amen ha più che dimezzato i consensi degli italiani? Hanno coraggio, determinazione e voglia di sfrondare il partito dalle integrazioni a suo tempo giustificate con il fine di importare idee e visioni altre, a completezza dell’impianto di base della sinistra, ma anche hanno introdotto una frammentazione ibrida, in non pochi casi motivi di conflitti, di ambiguità, disorientamento? L’appello di Zingaretti, Martina e Giachetti, perché un milione di italiani scelgano il prossimo segretario del Pd con il voto popolare è legittimo. E sarebbe ampiamente condiviso se il voto si esprimesse non sul sorriso permanente di Zingaretti, il viso di bravo ragazzo di Martina o la grinta pro Renzi di Giachetti.

Nel frattempo chi non può consentirsi di acquistare un’auto ibrida (premiata con un bonus) pagherà il sovrapprezzo di una tassa anti inquinamento; il pastrocchio del Tav si avvia a una nuova soluzione di compromesso, che quasi certamente segnerà un altro punto di vantaggio per Salvini; la pressione dell’egoismo leghista spalancherà la forbice del gap Nord-Sud del Paese con l’estensione dell’autonomia regionale pretesa da Veneto, Lombardia, Emilia Romagna.

L’orgia mediatica di Rai e non solo del servizio pubblico, sottomessa all’occupazione gialloverde degli spazi informativi, ieri sera ha indugiato a lungo sul primo piano di Salvini gongolante per il bagno di popolarità all’esterno di una fabbrica, mentre stringeva le mani di operai entusiasti. Chissà se l’hanno visto Zingaretti, Martina e Giachetti e senza provare avvilimento, rimorso, pentimento.

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