STRAGE DEL SANGUE INFETTO / COME E’ NATA LA MAXI INCHIESTA DI TRENTO SUGLI EMODERIVATI KILLER

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Sangue infetto, alle battute finali il processo a Napoli cominciato tre anni fa, con una sentenza prevista per il 25 marzo. Alla sbarra l’ex re Mida al ministero della Sanità, Duilio Poggiolini, ed ex dipendenti di aziende del gruppo Marcucci, da sempre oligopolista nella lavorazione e distribuzione di emoderivati in Italia.

La Voce ne scritto più volte, dal momento che i media locali e nazionali hanno praticamente ignorato questo processo “storico”: soprattutto per restituire, oltre a quella giustizia da sempre negata, anche la “memoria” alle vittime uccise due volte e ai loro familiari. Al processo napoletano, infatti, sono rappresentate solo 9 parti civili, ma il tragico conto globale parla di almeno 5 mila vittime. Quasi il doppio di quante ne vengono calcolate, per fare un solo esempio, in Inghilterra.

Abbiamo ricevuto molti messaggi e tante storie di sofferenza in questi anni. Di recente ci hanno chiesto di conoscere perché parliamo sempre di “processo cominciato tanti anni fa a Trento”, e poi passato a Napoli. Cerchiamo quindi di ricostruire, a questo punto, la genesi della tragedia, delle nostre Torri Gemelle abbattute due volte: perché se il mondo ha giustamente pianto per quelle morti, è incredibile come pochi piangano per le nostre, a causa di una totale mancanza, fino ad oggi, non solo di giustizia, essendo i killer liberi come fringuelli, ma anche di uno straccio d’informazione.

 

TUTTO COMINCIA A TRENTO

Carlo Palermo

Tutto nasce da un’interrogazione presentata alla Provincia di Trento dal consigliere Carlo Palermo. Si tratta del magistrato coraggio che negli anni ’80, in servizio proprio alla procura di Trento, aveva puntato i riflettori sui fondi neri di grandi aziende del parastato. E anche sui traffici di armi e mega riciclaggi. Una vera bomba capace di deflagrare nei palazzi del potere, dai partiti (craxiani d’un tempo in pole position) alle grandi imprese fino alle banche, pesantemente coinvolte nell’affaire.

Palermo stava tirando le somme ed era in procinto di chiudere il cerchio. Ma provvidenzialmente subì un attentato dinamitardo dal quale scampò per puro miracolo. Ma fu costretto ad abbandonare quelle indagini che poi, ovviamente, si sono perse tra le consuete nebbie giudiziarie.

A quel punto Palermo lascia la magistratura, prende un’altra toga, quella di avvocato. Negli anni seguenti dedicherà il suo impegno soprattutto ai buchi neri della nostra storia, dalla strage del Moby Prince fino all’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. E partecipa, Palermo, anche alla vita politica, aderendo nei primi anni ’90 alla Rete di Leoluca Orlando.

E proprio nelle vesti di consigliere provinciale della Rete a Trento presenta quell’interrogazione. Punta i riflettori su alcune notizie che all’epoca circolavano negli ambienti sanitari, circa traffici sospetti di sangue ed emoderivati. Nell’interrogazione e nella successiva denuncia presentata in procura da Palermo viene fatto esplicito riferimento al j’accuse contenuto nel libro “Sua Sanità – Viaggio nella De Lorenzo spa, un’azienda che scoppia di salute”, edito dalla piccola ma agguerrita casa editrice trentina Publiprint e scritto da Andrea Cinquegrani e Rita Pennarola, all’epoca direttore e condirettore della Voce della Campania (poi Voce delle Voci), uscito a febbraio 1992. Palermo allega il libro alla sua denuncia.

A fine 1990 la Voce era stata invitata alla prima edizione di “Le Voci dell’Italietta”, una iniziativa organizzata dal settimanale “Questotrentino”, tra i promotori anche Eugenio Pellegrini, titolare della Publiprint. Ed infatti Publiprint e Voce decisero di coeditare il volume “’O Ministro – La Pomicino story, Bilancio all’italiana”, che esce nel ’91. In precedenza la Voce stessa aveva pubblicato da sola, nel 1990, in occasione dei 10 anni da terremoto, “Grazie Sisma – Dieci anni di potere e terremoto”.

I MIRACOLI DI SUA SANITA’

A febbraio ‘91, quindi, esce Sua Sanità, che fa subito il botto, entrando per 4 settimane nella classifica tra i libri più venduti in Italia. La presentazione avviene a Napoli nel corso della più nota kermesse del libro, all’epoca, nel Mezzogiorno, “Galassia Gutenberg”.

Proprio all’inizio prende la parola il legale di Sua Sanità De Lorenzo, che sventola una citazione miliardaria e la richiesta di sequestro del libro. Gli replichiamo che l’indomani avremmo provveduto a depositare una denuncia per ricettazione nei confronti del suo patrocinato, visto che era di tutta evidenza entrato in possesso illegalmente addirittura delle bozze, con il volume ancora in fase finale di stampa! Titolò in Resto del Carlino: “Ora De Lorenza frega anche le bozze dei libri”.

Il libro ricostruisce tutte le acrobazie finanziarie di casa De Lorenzo. Ed un corposo capitolo è dedicato all’amico del cuore, Guelfo Marcucci, all’epoca proprietario di un vero impero del sangue. Un legame appena saldato dalla candidatura del rampollo Andrea Marcucci (oggi capogruppo del PD al Senato) alle elezioni politiche del 1991, dove viene eletto alla Camera – più giovane deputato italiano – sotto i vessilli del PLI di Renato Altissimo e Francesco De Lorenzo, ministro della Sanità. Per facilitarne l’ascesa, De Lorenza pensa bene di “trainarlo” presentandosi proprio nel collegio della Toscana. Di tutto e di più per gli amici. Come fa anche il fratello di Sua Sanità, Renato De Lorenzo, che entra nel consiglio d’amministrazione di una delle fresche perle di casa Marcucci, Sclavo, sigla storica nel tempo passata all’Anic del gruppo Montedison e nel ’90 venduta al gruppo Marcucci.

In quel capitolo, in particolare, viene ricordata la prima inchiesta della Voce sul gruppo Marcucci, uscita a luglio 1977. Già allora la Voce della Campania scriveva a proposito dei centri di raccolta di sangue e plasma nell’ex Congo, evidentemente non troppo “sicuri”. E guarda caso – come emerge dall’attuale processo di Napoli – siamo proprio negli anni bollenti della raccolta di sangue infetto, metà-fine anni ’70 primi ‘80: come ha sottolineato in una verbalizzazione l’ematologo Elio Veltri, citando le provenienze dall’Africa e dagli Stati Uniti. Perfino le carceri dell’Arkansas, come ha dettagliato in un’altra testimonianza clou il regista americano Kelly Duda, autore dello choccante “Fattore VIII”.

Ma torniamo a bomba. Ossia la genesi trentina della “sangue infetto story”.

 

UN PROCESSO LUNGO VENT’ANNI
Dopo l’interrogazione e la denuncia di Carlo Palermo, le fiamme gialle partono con una raffica di indagini. Allargano subito il raggio d’azione – epicentro il Veneto – e scoprono, in alcuni magazzini, un arsenale di scatoloni contenti emoderivati. Destinatarie di quei lotti alcune aziende del gruppo Marcucci. Drammatico lo scenario che viene descritto dai militari della Guardia di Finanza nei loro rapporti: gli emoderivati, infatti, sono stipati e conservati nei frigoriferi insieme a grosse partite di baccalà!

Un documentario della BBC del 2007 (nello stesso periodo esce Fattore VIII di Duda) mostra quelle immagini da brivido. E dettaglia anche le triangolazioni nei paradisi fiscali, in primis quelli delle Isole Vergini, con la consulenza speciale dell’avvocato inglese David Mills, che all’’epoca si occupava di grandi gruppi, ad esempio quelli targati Marcucci e Berlusconi.

Alla procura di Trento confluisce tutto il materiale raccolto in un paio d’anni di indagini condotte delle fiamme gialle. Quindi lo start del processo, nel 1999. Un processo che però dura poco e dopo un paio d’anni finisce,: anche perché l’arco temporale sotto esame parte dal 1994, ed è già intervenuta tra l’altro una nuova legislazione.

Tutto deve passare, per competenza territoriale, a Napoli. E dall’imputazione per “epidemia colposa” si scala a quella di “omicidio colposo plurimo”: e pensare che si era partiti da una più che realistica pista di “strage”, visto il rigore “scientifico” nel procedere ad importazioni di sangue non testato (come quello africano e dalle carceri dell’Arkansas) solo per realizzare giganteschi profitti, da parte delle aziende italiane ed estere.

 

VERRA’ FATTA FINALMENTE GIUSTIZIA?

David Mills

Tutti sappiamo come poi è andata a finire. Anni e anni di attesa a Napoli per iniziare il processo, con un rocambolesco trasloco di oltre 1000 faldoni giudiziari da Trento negli scantinati del Centro Direzionale, dove ha sede il tribunale partenopeo. Molti sono nel frattempo spariti, altri rosicchiati dai topi. Il processo finalmente è iniziato ad aprile 2016, quasi tre anni fa.

Il pm Lucio Giugliano, nell’udienza del 21 gennaio, ha chiesto l’assoluzione piena nel merito di tutti gli imputati perché “il fatto non sussiste”. A suo parere, infatti, non sarebbe dimostrato il fondamentale “nesso causale” che lega le infusioni killer all’insorgere delle patologie, quasi sempre letale.

I legali delle parti civili Stefano Bertone ed Ermanno Zancla, invece, hanno abbondantemente documentato quel nesso, non solo relativo alla prima infusione ma anche a quelle successive che hanno di certo aggravato i decorsi delle malattie.

Dopo aver ascoltato i legali della difesa, in testa Massimo Di Noia e Alfonso Stile (per il gruppo Marcucci) e Luigi Ferrante (per Poggiolini), la parola il 25 marzo passa per la sentenza al giudice monocratico, il presidente della sesta sezione penale Antonio Palumbo.

Sarà fatta, dopo quasi 40 anni, finalmente Giustizia?

 

 

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