Padri degeneri… poveri figli

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Che le colpe dei padri non debbano ricadere sui figli è un’invenzione furbesca dei figli, specialmente se la cosa riguarda personaggi di primo piano della politica ed è il caso dei Di Maio, Di Battista, di Matteo Renzi. I “Non sapevo, se c’ero non ho visto, non ho sentito” sono convincenti come la teoria della Terra piatta. Renzi ci ha provato con le buone e le cattive a tener fuori il padre dai guai giudiziari, ma ora deve arrendersi. I genitori ci sono dentro fino al collo: arresti domiciliari per bancarotta fraudolenta e false fatture per il fallimento di tre coop collegate alla società di famiglia Eventi 6. Renzi commenta l’evento con un fragilissimo “Assurdo, non mi fate fuori così”. Accanimento? Complotto? Invocarli, ma Renzi si astiene dal farlo, equivale ai tentativi maldestri di alimentare il sospetto di forzature di natura politica della magistratura. Poteva non sapere Renzi? Non è verosimile e allora l’etica gli imporrebbe di non arrampicarsi sugli specchi di un’impossibile difesa a oltranza. Forse ha una ragione. Ritiene sospetta la coincidenza del voto on line pro Salvini e l’enfasi dei media sul caso dei Renzi, quasi a voler mettere la sordine all’incoerenza del M5S, da sempre giustizialista anche nei confronti di deputati.

L’Italia assiste con deprimente passività al torneo di scacchi che registra vittoria dopo vittoria il dominio della squadra leghista sulla rivale pentastellata. Altri definiscono la resa senza condizioni lo strapotere del gatto Salvini sul topo Di Maio. I 5Stelle hanno dovuto ingoiare il rospo del no all’accoglienza, maldigerito da una quota non secondaria del Movimento e hanno fatto ricorso all’èscamotage della sospensione solo temporale delle trivellazioni, per non contraddire il partner di governo. In blocco, con Di Maio e Conte agnelli sacrificali, hanno ceduto alla richiesta di condividere il reato di sequestro di persona per il caso Diciotti. Si sono sottratti al redde rationem del sì o no in Senato sulla richiesta di processare Salvini e hanno scaricato il compito scottante sulla base, con un anomalo, pasticciato, vigliacco ricorso al referendum on line, che, fosse esente da manipolazioni e non è detto che lo sia, ha spaccato in due il Movimento (59 contro il 41%). Non pochi grullini hanno confessato di aver votato impunemente più volte e basterebbe questa falla della piattaforma Rousseau per invalidare il risultato. Altri lamentano di non essere riusciti a votare per intasamento del sito, altri ancora di non aver ricevuto l’e-mail con la richiesta di votare e il modulo relativo. La base è su tutte le furie e accusa: “Ci avete venduti, avete distrutto il Movimento”. Molti messaggi promettono l’addio e accusano i vertici pentastellati di aver messo l’interesse politico davanti alla legalità.

Non finisce qui. All’indomani del test favorevole al vice premier del Carroccio, l’eminenza grigia della Lega, al secolo Giorgetti, ha fatto la voce grossa e ha chiesto ai 5Stelle di non mettere i bastoni tra le ruote alla legge sulle cosiddette autonomie, immaginate per privilegiare le regioni del Nord a trazione leghista. A seguire, la provocazione di De Luca, governatore della Campania: “Invio subito la richiesta di estendere la legge di autonomia alla mia regione”. E De Magistris, sindaco di Napoli schierato per l’unità nazionale, gli è andato dietro con il supporto dell’ironia: “Entro quest’anno faremo un referendum per la totale autonomia della Città di Napoli: avremo così più risorse economiche, meno vincoli finanziari, più ricchezza, più sviluppo, meno disuguaglianze. Successivamente proveremo a realizzare, se lo vorranno anche le altre popolazioni del Sud, un referendum per l’autonomia differenziata dell’intero Mezzogiorno d’Italia. Entro l’anno referendum per l’autonomia di Napoli, poi la criptomoneta”.

In ultimo: non c’è che aspettare. La vicenda Tav potrebbe concludersi con un’altra sonante sconfitta dei 5Stelle. I loro conti sembra che non tornino e rischiano di dover alzare per l’ennesima volta la bandiera bianca della resa.

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