GIALLOVERDI ALL’ATTACCO DI MADURO. E IL SOVRANISMO CHE FINE FA?

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Il governo giallo verde, per bocca del suo ministro degli Esteri Moavero Milanesi, si è associato quasi del tutto alla posizione europea (e del Presidente Mattarella) sulla crisi venezuelana.

In altri termini non ha riconosciuto l’auto-proclamazione di Guaido a presidente ma, nel contempo, ha chiesto nuove elezioni presidenziali. Cioè ha dichiarato l’elezione di Maduro come illegale.

In questi termini l’Italia, e l’Unione Europea, rendono impraticabile ogni lavoro di mediazione e, di fatto, aggravano la situazione. Tra l’altro mettendosi in contrasto con la stessa posizione assunta dalle Nazioni Uniti che, rispettando la Carta fondamentale che le regola, riconoscono il governo e il Presidente in carica alla testa del Venezuela.

Guaidò. In apertura la coppia Salvini-Di Maio

Così il Movimento 5 Stelle — che aveva esordito con una dura e logica denuncia del sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, che aveva dichiarato inaccettabile ogni intervento dall’esterno sugli affari interni del Venezuela — ha accettato un compromesso rinunciatario con le posizioni di Matteo Salvini, e della Lega, che, senza mezzi termini, chiedevano il riconoscimento di Guaido’ e la cacciata di Maduro, “il più presto possibile”.

Il governo italiano ha dunque perso un’occasione preziosa per rafforzare le sue posizioni in Europa in tema di sovranismo nazionale, poiché non si può difendere la sovranità in Europa e affossarla in America Latina. E, in secondo luogo — lo si voglia o non lo si voglia — ha dato il suo non piccolo contributo a un possibile aggravamento della situazione interna del Venezuela, contribuendo a rafforzare le spinte allo scontro.

Che vengono, in primo luogo, dagli Stati Uniti. Basti ricordare, in proposito che è stato lo stesso vice-presidente USA, Pence, a dichiarare che “Non è questo il tempo del dialogo, è il tempo dell’azione”. Al quale ha fatto eco il giovanotto dell’estrema destra Guaido’, che in un articolo sul New York Times ha addirittura dichiarato che sarebbe possibile “farla finita con il regime di Maduro mediante un minimo spargimento di sangue”. Dal che risulta in modo evidente cosa si propongono gli estremisti di Washington e di Caracas.Così l’Unione Europea, forte dei suoi moderni principi dello Stato di diritto, si accoda agli Stati Uniti in versione far west, dando credito a una vicenda che ha dell’inverosimile se giudicata dal punto di vista legale. Sostenendo la legittimità dell’auto-proclamazione a presidente del Venezuela di uno sconosciuto outsider trentacinquenne che, una settimana prima di apparire addirittura sulla scena internazionale, un sondaggio d’opinione rivelava essere sconosciuto all’81% dei venezuelani.

Come riferisce George Harris, sull’accreditato sito americano Counterpunch.org, il giovane Guaido’ avrebbe ricevuto il 22 gennaio una telefonata del vice-presidente USA Mike Pence, che gli avrebbe chiesto la disponibilità a scendere in campo. Ottenuta la risposta, il giorno dopo, Guaido’ avrebbe eseguito l’ordine e, dopo venti minuti, Donald Trump in persona lo riconobbe come legittimo presidente ad interim, ignorando, lui e il nuovo arrivato, tutte le norme costituzionali venezuelane, oltre che la Carta delle Nazioni Unite.Il tutto senza nemmeno preoccuparsi di verificare se Guaido’ — che non era nemmeno il leader del piccolo partito di estrema destra “Volontà popolare” — sia in qualche modo rappresentante della nutrita opposizione a Maduro. La verifica avrebbe permesso di constatare che molti più autorevoli rappresentanti dei partiti di opposizione in Venezuela non sono d’accordo né con la sua auto-proclamazione americana, né con l’idea di uno scontro militare per risolvere la disputa.

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