Nessun incondizionato “bravo, bene, bis”, per le 24 ugole 24 di Sanremo

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Nell’attesa di Sanremo numero 69, resa spasmodica dalla tambureggiante, ossessiva Rai promotion, dieci, cento rievocazioni del tempo che fu, del maestro Angelini, di Papaveri e papere, Vecchio scarpone, Nilla Pizzi e i televisori da archeologia tecnologica, il grigiore triste del bianco e nero, scenografie essenziali, gli abiti da dopo guerra, vaporosi e casti, le canzoni cuore-amore, versi pudichi, arrangiamenti scarni, fiori senza colore, luci essenziali, diffuse, leziose presentazioni di Nunzio Filogamo, ingenuità del gossip, dominio dei melodici all’italiana, utenze condominiali al terzo piano, in casa Esposito unici detentori di televisore funzionante previo inserimento di gettone in apposita fessura mangiasoldi, applausi a scena aperta, ovazioni per Luciano Tajoli, ritornelli fischiettati con qualche stonatura, dispute accese su lo smoking attillato di Natalino Otto, “Canzoni stonate, parole sempre un po’ sbagliate”, rime baciate, innovazione ignorata, voci vellutate: appena dodici lustri fa. 2019: vittoria schiacciante del mago delle luci. Al via bagliori coinvolgenti, raggi laser, aloni blu, a premiare le acrobazie di danzatori funamboli perfettamente sincronizzati, cioè la ginnastica all’unisono e su, in vetta alla scena da Arena di Verona di notti magiche, sospesi nel vuoto, Claudio primo, il capitano, il Claudio number two, mister Zelig, la sontuosa Virginia, che schianto! Standing ovation dalle poltrone ambite dell’Ariston, voci all’unisono dei tre moschettieri, forse in playback, prodigi luminosi in verde, rosso, bianco non alludenti al tricolore, intrecciati in disegni suggestivi, lame taglienti, lampi sferzanti, cascate di raggi stellari, scatti, capriole, giravolte, flussi. Alta moda, strass, giacche iridescenti. Napoletanità a due voci, la sempiterna Patty con socio in amore, ginocchioni e mano sul cuore, l’immensità di Giorgia, l’exploit Favino-Virginia, il bello della satira firmata Bisio, condita di vignette in sequenza scovate nella summa canzonettistica del Claudio capitano, elegante politicata anti respingimento, penetrante insolenza, che se il big del carroccio azzardasse reazioni toni da poliziotto, finirebbe per precipitare nel ridicolo. Raffinata la metafora di Cristicchi, attesa disattesa per “dì qualcosa di comico, Virginia” e invece un inciampo nella gaffe “salutiamo i Casamonica”. L’eterna freschezza di Arisa, il vero, o nome d’arte dello sfrontato Achille Lauro, pericolosamente evocativo, l’ironia dei tre Claudio e uno no (Baglioni, Bisio, Santamaria, Raffaele) nel tributo al quartetto della “La vecchia fattoria”. Conchiglie di luce, spacchi malandrini nella mise nera della statuaria Raffaele, zero miracoli del tipo “questa sì che vince”, occhi semichiusi e crampi alle orecchie dopo tre ore 59 nove minuti e 59 secondi, l’ambiguità del logo 69, numero del compleanno di Sanremo Festival. Neanche un sussulto da “accidenti, questa sì che è musica”, dominio totale di “pezzi” da cinque sei, sette firme di autori, brividi dell’Ariston per la saga familiare, scicchissima, di Bocelli e rampollo, insipida la triade tenorile dei Volo, sipario giù sulla storica esposizione di fiori sanremesi, solo folti mazzi variopinti per le donzelle canore. Omaggio e passerella per la direttrice Rai, sì, quella della proposta “striscia dopo tg1 alla Maglie”. Parole dolci e in sala tutti in piedi per il fu Frizzi, che ieri avrebbe compiuto 61 anni, in chiave “tu chiamale se vuoi, emozioni”. La sorpresa, della mezzanotte, senza clap, clap, è il Nigiotti, a cui affida il suo talento di autore anche la Nannini.

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Sconfitto il battage propagandistico all inclusive delle tre reti Rai, a colazione, pranzo e cena. Poco oltre i 10milioni di aficionados che hanno resistito alle 24 scelte del capitano Baglioni.Un milioncino in meno del 2018. Poco prima che il gallo si esibisse nel ‘buongiorno al nuovo giorno’, il primo verdetto divide in fasce colorate i like per i ventiquattro gorgheggiatori. Nella più sostanziosa per numero di follower, si collocano Bertè, Cristicchi, Irama, Nek, Silvestri, Ultimo e Volo. Dovranno operare in recupero big del calibro di Patty Pravo, Renga, Tatangelo, Turci e il suggestivo tandem D’Angelo-Cori. Il meglio, in un mare magnum della non eccellenza complessiva è la sociologia intelligente di Silvestri, la verve da outsider di Lauro e Motta, l’esotismo ammaliante di Mahmood, l’anarchia destabilizzante dei Then Zen Circus. In maglia nera Einar (Carneade, chi era costui?), un solo scalino più su i ripetitivi Volo e la mancata sintonia voce-testo della Tatangelo. Ne avremo fino a sabato, per fortuna a dosi dimezzate, con dodici performance canore a puntata. Si rivelano enfatici, pro domo sua, i toni enfatici della vigilia Rai e il centodieci e lode del capitano Baglioni per la qualità delle 24 candidate a regina del 2019, salvo errori di valutazione affrettata, a caldo, ma stamattina c’è un italiano che ha fischiettato il ritornello della più bella del reame? Forse solo Baglioni.

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