ARTE / LA LECTIO MAGISTRALIS DI GIULIO PAOLINI

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Possibile dedicare al nulla due pagine nel settore super culturale della domenica “Robinson”? Scrivere di niente con una quarantina di domande e risposte? Disquisire di zero assoluto per circa venti minuti equivalente-lettura?

Succede a Repubblica il 27 gennaio in occasione dell’intervista esclusiva  uno dei “più grandi artisti d’Italia”, Giulio Paolini, che tutto il mondo ci invidia per le sue inestimabili “cornici vuote”, i suoi “bianchi assoluti” o al massimo traversati da una flebile diagonale, quando il suo genio è generoso da due.

Al Madre di Napoli, per fare un solo esempio, una sala ridonda dei suoi miracoli d’un bianco abbagliante. La sua arte ovviamente è andate mille volte oltre confini, per l’estasi di tutti i popoli. Ed ora i capolavori sono esposti in una rassegna milanese che ha battezzato “Del bello ideale”.

Scolpite nel tempo le sue parole, i suoi epici ricordi, le sue pennellate (una bestemmia per il Vate) di esistenza.

A raccogliere il Verbo è il big dell’Arte a Repubblica, Antonio Gnoli, per l’occasione genuflesso al punto giusto. Ecco, fior tra fiori, le folgoranti parole. Proprio come il Genio che a soli 8 anni “venne folgorato in un museo”: e così “si ricorda”.

“A otto anni i miei nonni mi portarono al Palazzo Bianco (a Genova, ndr), un museo di arte antica. E improvvisamente mi sentii protagonista di quella visita solitaria. Tutta la grande pittura europea, tra il Cinque e il Settecento, si era data appuntamento in quelle sale”.

Continua il Vate minimizzando: “La mia malattia infantile è stata la precocità. Vedevo quelle opere e pensavo che fossero state dipinte un minuto prima, tanto mi apparivano contemporanee. Ero lo spettatore di un miracolo, senza che ne comprendessi la profondità. Eppure fu quella la mia prima immersione. Sperai di nuotare tra quelle immagini. Ma me ne corsi via come spaventato. Con un senso di affogamento”. Peccato.

A proposito della subito grandiosa opera prima, ‘Disegno geometrico’, così l’Autore evoca: “Di quell’opera conservo la precisa ispirazione che mi si affacciò in quel settembre 1960. Compresi che un quadro è solo un supporto di quanto si vede. Ossia la raffigurazione geometrica e spaziale del luogo occupato”. Mumble mumble.

Nella mente leonardesca spunta un primo interrogativo: “E quindi mi sono detto: se tolgo l’immagine che cosa resta? Non voglio teorizzare troppo, ma se alla fine c’è solo la quadratura della sua superficie, allora quell’opera è come se si disponesse in attesa di qualunque immagine. Ecco perchè non ho mai dimenticato quel momento così puro e ispirato. E molte opere successive ricalcano e rivivono quell’esperienza”.

Gli ammaestramenti proseguono rigogliosi come frutti in un giardino incantato.

“L’artista deve avere radici in coloro che lo hanno preceduto. Questa sorta di genealogia nascosta è superiore ad ogni personale passione. Sono arrivato a pensare spericolatamente che in ogni mio quadro (i bianchi assoluti, le cornici, i bianchi con diagonali, da una a massimo due, ndr) ci sono tutti i quadri che lo hanno preceduto. L’arte non ha niente a che fare con l’artefice che le dà vita”. Come nel caso, per fare un solo esempio, di Vincent Van Gogh.

Precisa il Genio: “La mia vuole essere un forma di resistenza al predominio dell’Io. Se parlo di me in realtà lo faccio attraverso le maschere che indosso, così come parlando di un’opera le attribuisco un’esistenza parziale, senza poter mai accedere alla sua totalità”.

Quali i pericoli dietro l’angolo per tali eccelse Menti? “Il maggior pericolo è di voler incidere sulle cose, mutare il corso del mondo, essere volontà di potenza. Trasformando il gesto in azione”. Infatti dentro al nulla c’è solo il nulla, nessuna azione né inazione possibile.

Osserva ancora il Profeta dall’alto della sua montagna: “In un certo senso non siamo noi che guardiamo il quadro, ma è il quadro che ‘guarda’ noi, ci assorbe, ci risucchia. Davanti ad un’opera non siamo più spettatori naturali, distaccati e riflessivi. Ma parte di quell’opera”.

Forse qualcosina dipende se ci troviamo davanti ad un bianco firmato Paolini o no.

 

Nella foto un’opera di Paolini

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