Guance arrossate di Salvini e non è fard da ripresa televisiva

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La strana copia di elemosinieri va raccattando soci qua e là nell’Europa incompiuta. Il “dietrofront”, “figlio di papà” Di Maio e il “ce l’aveva duro” Salvini dragano la palude della destra europea e stringono patti elettorali. Il vicepremier pentastellato prova a catturare nella rete i signori Pawel Kuki, capo di un partito dell’estrema destra che ha come simbolo una variante della svastica nazista e si dichiara contro l’aborto e i gay, tale Karolina Kahonen, studentessa finlandese, fan della cosiddetta democrazia diretta e il convinto antieuropeista Ivan Sincic, croato. Il boss del Carroccio non è da meno. Si dà un gran da fare per associare Paesi del Comunità al progetto di un’Europa razzista, xenofoba, autoritaria, che sterzi a destra, magari in complicità con Trump, Putin, Erdogan. L’anteprima è stato l’incontro con Kaczynski, premier polacco, ultra conservatore. Con lui prove di contratto per un’internazionale sovranista, sulla base di tre punti cardine: sicurezza, famiglia (lui divorziato e fan del ministro Fontana, quello delle famiglie di fatto che non esistono) e radici cristiane, idea che somiglia molto alla sanguinosa discriminate nazista della razza ariana e cozza con l’ostracismo del Vaticano che lo ha censurato.

Il vice premier leghista ha le guance arrossate per un po’ di sberle. Una, sonora, arriva dai soci a 5Stelle. Mentre è all’estero per tirare dalla sua parte i polacchi, Di Maio e Conte profittano dell’assenza per metter fine all’odissea dei 49 migranti in balia del mare infuriato e accettano di ospitare una parte dei profughi. La stabilità del governo traballa. Un altro ceffone, seppure con moderata violenza com’è nel costume di Tria, mette sotto accusa la nazionalizzazione della banca Carige. Il ministro, anche se non esplicitamente, sospetta che il governo gialloverde voglia appropriarsene a proprio uso e consumo e si schiera per la vendita dell’istituto a privati. I vertici della banca definiscono follia la nazionalizzazione. Ancora: una prima analisi di costi e ricavi dell’opera faraonica Tav sconsiglia di proseguire nei lavori e Salvini è costretto sposare la proposta di un referendum. Di uno schiaffo “artistico” è mittente Baglioni: “Sui migranti è una farsa, se non fosse una tragedia”. La strigliata, senza peli sulla lingua, parla di un Paese incattivito: “La politica e l’opinione pubblica sulla questione dei migranti hanno fallito”. Di una terza manata è protagonista la sindaca Bonaldi di Crema, profondo Nord. Il suo “No al decreto Salvini, disobbedisco” è perentorio. La Lega risponde con una dichiarazione di guerra: “Daremo battaglia”. “Come primo cittadino di Crema”, dichiara Bonaldi, ritengo le conseguenze del divieto di assistenza ai migranti estremamente gravi e pregiudizievoli in primo luogo per i soggetti interessati dal provvedimento, così come per l’intera comunità civile, in termini di convivenza sociale e di ordine pubblico”.

A caccia di consensi Salvini non si risparmia. Selfie con un ultra milanista, consigli tecnici a Gattuso e la posizione di cui il ministro dell’interno dovrebbe vergognarsi perché viziata da sudditanza ai tifosi del calcio: il suo “no” a giornate di squalifica degli stadi incontra contemporaneamente il consenso degli appassionati corretti, leali e gli ip, ip, urrà della marmaglia di razzisti di destra che infesta il mondo del calcio con la violenza bruta del teppismo. Il vice premier bacchetta il Napoli, che intende rispondere a cori e striscioni di ingiurie razzisti con lo stop alle partite incriminate. Salvini: “Si lascerebbe uno sport bello come il calcio in mano a pochi violenti e pochi deficienti”. E’ esattamente il contrario. Continuando a subire il razzismo senza risposte adeguate si autorizzano quelli che il leghista definisce violenti e deficienti a inquinare uno sport bello qual è il calcio.

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