LAVORARE PER RESTARE POVERI

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Si lavora e si resta poveri. È il fenomeno dei cosiddetti “working poor”. Che non si vede se si fa soltanto caso al tasso di occupazione di un paese.

Se invece si va a vedere i dati di Eurostat, l’agenzia di statistica ufficiale dell’Unione Europea, si ricava una serie di informazioni decisamente più corrispondente ai fatti reali della vita quotidiana di milioni di europei. Questi dati che seguono si riferiscono al 2017, ma c’è motivo di credere che non siano migliorati nell’anno che si sta chiudendo.

La prima notizia è che l’Italia, insieme alla Gran Bretagna, batte il record peggiore di tutte le principali economie industriali dell’occidente. In entrambi i paesi il livello dei salari è inferiore a quello di dieci anni prima. Da ricordare che il 2007 fu l’anno che precedette la grande crisi iniziata con il crollo di Lehman Brothers, che ci fa capire come i lavoratori italiani (e inglesi) non abbiano ancora ricuperato il colpo subito allora, nonostante tutte le chiacchiere lette e ascoltate in questi anni circa la ripresa economica.

Ma l’Italia — questa volta assieme alla Spagna — ha un altro record negativo: la percentuale di lavoratori che vivono in famiglie che sono sotto la soglia di povertà. Il 12% per l’Italia, il 13% per la Spagna. Che cosa significano questi due dati? Che si tratta di persone non disoccupate, che lavorano, ma che non riescono con il loro salario a uscire dalla povertà. Che significa non solo il livello letteralmente “di fame” della paga che ricevono, ma soprattutto gli effetti del job act e di tutti i trucchi affini che hanno praticamente distrutto il lavoro a tempo pieno e costretto la maggioranza di chi lavora a contratti part time, temporanei, occasionali, flessibili e così via dimezzando.

La faccenda non è però soltanto italiana e spagnola. Anche l’Unione Europea nel suo complesso soffre di questo stato di cose. La percentuale dei “working poor” è vicinissima al 10% (9,6%). Col che si comincia a capire perché un’ondata di insoddisfazione attraversa le classi lavoratrici di tutta Europa e si traduce in crolli “improvvisi” di fiducia degli elettorati nei confronti delle elites politiche tradizionali. In realtà di “improvviso” c’è il voto di larghe masse popolari, ma la fermentazione di questo voto (si pensi ai crolli della CDU e della SPD nelle ultime elezioni regionali tedesche) è cominciata e si è accresciuta nel corso di un decennio.Il dato tedesco dei “working poor” è proprio la dimostrazione palmare di questo assunto. Nella ricca e prospera Germania il loro numero è sì inferiore a quello della media dell’Unione Europea (solo il 9,1%), ma è addirittura il doppio di quello che era dodici anni fa. Le cosiddette “riforme del mercato del lavoro”, dovunque in Europa, hanno peggiorato le condizioni di vita dei lavoratori, e hanno accresciuto la distribuzione della ricchezza a vantaggio dei ricchi.

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