Rosso fuoco sul decreto sicurezza

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E’ un’alba tinta di rosso quella che spunta ad est dell’Italia, rossa come i primi gilet indossati dai sindaci di città democratiche, incompatibili con il decreto sicurezza. Primo a vestire il simbolo della rivolta è stato Leonluca Orlando, primo cittadino di Palermo. Ha sospeso l’attuazione della legge. Gli hanno fatto eco altre istituzioni locali e al “Ce l’aveva duro” Salvini sono saltati i nervi. Con piglio da duce ha minacciato i sindaci che con Orlando hanno scelto di contestare il Viminale: “Pagheranno legalmente le conseguenze della disobbedienza e niente più finanziamenti per l’accoglienza dei migranti”. Ma l’ammonimento è senza conseguenze , dal momento che il ministero dell’Interno non può azzerare i fondi fissati da una legge e già stanziati per i territori. Alle minacce è comunque possibile rispondere con l’adesione esplicita ai gilet rossi di Orlando dei tanti primi cittadini democratici. Lo hanno già fatto Firenze, Parma, Napoli. Fossero in numero a doppia cifra diventerebbe inapplicabile la minaccia di destituirli. L’occasione per rendere pubblica la “ribellione” è a portata di giorni, con la manifestazione indetta dal Pd contro il governo gialloverde. De Magistris risponde a Salvini che accusa Orlando e i colleghi di non applicare uno legge dello Stato: “Le attuiamo solo se rispettano la Costituzione” (e il decreto non lo fa, ndr). Indossa un fiammante gilet roso anche il costituzionalista Zagrebelsky: “E’ tempo di attuare la resistenza civile”. Con questo invito alla contestazione del decreto sono solidali anche molti grillini, sindaci ed emblematicamente il presidente dell’Anci, Associazione nazionale dei Comuni italiani De Caro. Martina, per il Pd propone un referendum abrogativo della legge. Contro Salvini anche la senatrice Paola Nugnes, ribelle dei 5 Stelle e l’ex sindaco di Palermo, solidale con Orlando.

Il grande pasticcio del presunto reddito di cittadinanza è sempre più avvolto nella nebbia di ambiguità, che offuscano l’identità di chi avrà diritto di accedervi, il quando sarà operativo (comunque dopo le elezioni di marzo, per evitare al governo gialloverde contraccolpi per inadempienza). Fra tanti paletti che ridurranno sostanzialmente la possibilità di usufruirne la ghigliottina per chi non accettasse tre offerte di lavoro. Per accedere a una quarta sarebbe costretto a emigrare anche a cinquecento chilometri di distanza dalla propria residenza, impresa insostenibile per i costi di trasferimento della famiglia.

Litigare è il verbo più frequentato dai soci del programma di governo e ultimo motivo di scontro è la minaccia dei 5Stelle di tagliare gli stipendi di deputati e senatori, che tra l’altro si ostinano a pretendere di essere chiamati “onorevoli”, titolo abolito dai tempi de Ventennio e in questa stagione di degrado della politico usurpato perfino dai rottamatori grullini. All’annuncio enfatizzato di Di Maio (“tagliamo anche gli stipendi dei deputati”) dalla Lega arriva un no carico di astio che replica al colorito spot pubblicitario della discussa pentastellata Taverna: “Sarà una decisione concreta come una fetta di pane e Nutella”, incomprensibile regalo di Capodanno alla Ferrero che produce quella crema di nocciole.

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