Autarchia Britannica

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Per l’orgoglio ferito dei britannici, il the end dell’imperialismo deve aver lasciato nell’animo del Popolo, a lungo dominatore, tracce di un vulnus specialmente doloroso per le generazioni con i capelli grigi o bianchi. Una variante patologia collaterale, in aggiunta a sofferenze psicologiche senza antidoti noti e sperimentati, e’ piombata su Albione con i sommovimenti dei mercati globali, saldamente nelle mani di potentati economici mondiali, in parte consolidati, molti emergenti e comunque, nell’insieme, invasivi. La Gran Bretagna, prima inter pares, ha dato la stura all’inedita ideología del nazionalismo autarchico, interpretato poi per eccesso dagli Stati Uniti di Trump, tycoon, teorico e non solo di un’economia autoctona esasperata. La versione inglese, ereditata di mala voglia da Theresa May, si e’ proposta con l’infelice sintesi Britannia-exit, che per empatia imitativa dei Paesi sovranisti si propone, per il momento in sordina, con l’assonanza in Italexit, Francexit, pericolosamente work in progress. Il mondo di sondaggisti e politologi pronostica pericolosi effetti collaterali dell’exit dalla Ue. L’ascolta con rissosa accoglienza la Camera dei Lord e con palese paradosso la contestazione e’ plenaria , dai banchi dei repubblicani che hanno eletto la May, agli scanni dell’opposizione, anomala e disomogenea,

La May se l’e’ cavata in zona Cesarini, i giovani premono per rimanere nella Comumita’, la premierla May resiste, ma fino a primavera e non e’ peregrina l’idea di un contro referéndum. Nel frattempo la city di Londra si svuota di imprese finanziarie e la centralita’ del capitalismo internazionale perde porzioni consistenti di potere. Singolare, o meglio sospetto, e’ che l’inglese pro brexit non se ne renda conto. In questi giorni di brulicante dedica allo shopping e alla baldoria festaiola, Londra si droga di turismo e tredicesime. Il flusso di british e “forestieri” ubriaca di orgoglio i fan dell’esodo dalla Comunita’ e maschera i timori di chi teme il progetto autarchico votato con il si al referendum. Motivo estemporaneo di distrazione dal problema “exit” e’ la surreale caccia ai dronisti che hanno paralizzato per giorni l’aeroporto di Gatwick e scombussolato i voli di oltre centomila passeggeri. Meglio non chiedere agli inglesi com’e’possibile che sabotatori di questo servizio cruciale siano rimasti nell’anonimato, che la potenza militare dell’Inghilterra sia stata messa knock out, che l’evidente impotenza a contrastare il pericolo di droni in volo sulle piste dell’aeroporto prefiguri ben altri rischi di malintenzionati: in risposta, silenzi imbarazzati, bocche cucite, scrollate di spalle. The big magra e’ arrivata con l’annuncio del fermo dei presunti responsabili, marito e moglie. Non c’entravano per niente.

Parlano e come i giovani inglesi. Il loro no alla Brexit e’ convinto e ben motivato. Come tutti i ragazzi del mondo sentono di essere cittadini di una comunita’ globale, che Londra esemplifica con la miriade di negozi, ristoranti e attivita’ commerciali gestiti da italiani, giapponesi, cinesi, messicani, francesi, pakistanai thailandesi; con il lavoro a tutti i livelli di incidenza sulla societa’ inglese di europei e non. La promiscuita’ di razze e’ riconosciuta dai giovani come un’imprescindibile risorsa e l’invasione di magnati arabi, russi, cinesi nel mondo sacro del football non fa storcere il naso ai milioni di tifosi del Manchester, del Chelsea, del Liverpool. La forma di nazionalismo che resiste tenacemente, tipicamente britannica, del tutto positiva e’ il non recedere di un centimetro dall’etica dei comportamenti, che ne fanno un’isola rigorosamente rispettosa del bene comune, che siano strade, verde pubblico o tradizioni. “Sorry” e’ in assoluto il termine piu’ pronunciato. Rimane un mistero per napoletani o comunque per gli italiani la visione di giovani e anziani, donne e uomini inglesi che con temperature di 4, 5 gradi, passeggiano con t-shirt a maniche corte, pantaloni a mezza gamba senza rabbrividire.

Dopo un exploit gastronomico in chiave esotica, l’italiano medio consulta la concierge dell’albergo che lo ospita e ottiene un elenco di ristoranti da pizza, spaghetti e Barolo doc. Impiega quaranta minuti per raggiungere un paio di stazioni della metro distanti dall’hotel, perche’ incapace di districarsi nel labirinto di percorsi sotterranei e cambi di direzione; visita il museo delle cere ed emette una serie di ohohoho, esegue selfie a ripetizione accanto alle vecchie cabine telefoniche rosso fuoco, ormai utilizzate per annunci economici e di signorine accoglienti a pagamento, fotografa a iosa Trafalgar Square e si concede il tour in traghetto sul Tamigi; compie il percorso nel cuore di Lonndra con pullman turístico, che percorre le strade delle spettacolari luminarie natalizie. Non riparte senza una visita ai grandi magazzini Selfridge, dove compra una cravatta (che scoprira’ made in Italy) e in aeroporto acquista per amici e parenti bricchi con l’effige della regina Elisabetta, portachiavi con bandiera inglese e bottiglia di wiskey scozzese.

Piove, il cielo e’ grigio fumo di Londra, il comandante della British Airways parla solo in inglese e Gennaro Esposito si lamenta: “Ma stamm’ ienno a Napule, pecche’ nun parla italiano?” Donna Marianna gli sta accanto e conta di confidare alle amiche del Pallonetto che grazie si dice “tenk iu”.

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