Pedofilia: preti e suore per gli abusi pari sono

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Solo chi chiude gli occhi e si tappa le orecchie negherebbe che la pedofilia è perversione solo al maschile. Il mare magnum degli abusi sui minori compiuti da religiosi ha colpe scandalose anche nel mondo di donne capziosamente represse, cioè impedite da assurdi postulati del cattolicesimo a soddisfare gli impulsi erotici di cui la natura le ha dotate. In chiaro: anche le suore pagano l’impedimento ad amare e ad unirsi sessualmente con uomini o se lesbiche con donne. Un riferimento così esplicito al divieto contro natura della Chiesa, potrà scandalizzare l’ipocrisia di chi preferisce negare l’evidenza e continua protervamente a condividere l’assurdo del voto di castità a cui sono costretti preti e suore. Permangono i dubbi sull’esitazione di papa Francesco nell’abolire l’innaturale divieto per i religiosi di amare, sposarsi e procreare, tra l’altro dettato esplicito nel verbo di Cristo “crescete e moltiplicatevi”. Ignorare la dimensione della pedofilia, che coinvolge migliaia di preti, suore e alti prelati, è colpevole cecità, ignoranza della realtà. I casi di parroci che trasgrediscono al voto di castità con le perpetue o le fedeli sono noti, accertati, frequenti e sono sempre di più i preti che si sposano, hanno figli e chiedono di continuare a svolgere la missione religiosa. E’ un caso se il fenomeno degli abusi sessuali è praticamente sconosciuto nelle religioni che consentono il patrimonio dei preti? E chi tappa la bocca a Bergoglio per impedirgli di cancellare il “celibato” asessuato di suore e preti cattolici?

E’ perfino esagerato, non per l’orgoglio dei napoletani. Francesco De Gregori, uno dei grandi poeti della canzone italiana, mentre cantava a due voci con la moglie “anema e core”, veniva ripreso dalle telecamere di un raffinato programma a lui dedicato. Ha detto “Napoli è bellissima, dovrebbe essere la capitale d’Italia”. Il ‘bellissima’ è pienamente da condividere, ma azzardato è candidarla a capitale del Paese. L’omaggio alla città è certamente condizionato in positivo dall’ammirazione per le sue bellezze e non meno da riconoscimento per il patrimonio unico al mondo della canzone napoletana. E allora, l’attributo di capitale della musica è più che giustificato, per altri requisiti l’elogio di De Gregori è un gradevole atto d’amore.

La solitudine del numero tre, ovvero una delle cinquanta spregevoli sfumature di gialloverde. Ma che bel governo: nomina massimo esponente del fondamentale dicastero dell’economia il mite Tria, sicuro di poterlo manipolare a proprio piacimento. Quando ne saggia il dissenso per linee di politica finanziaria raffazzonata, improponibile, lo confina nel deserto dell’impotenza. Lega e 5Stelle, sotto dettatura, spediscono Conte a implorare la Ue perché non condanni l’Italia con la procedura d’infrazione ed escludono Tria dai ripetuti vertici Salvini-Di Maio, intenti al caotico metti e leva della manovra di bilancio. Il povero ministro confessa “non ce la faccio più”, ma rimane stoicamente al suo posto, per non ammettere l’incapacità a contrastare il tandem dei due vice premier. Di Maio, Giano bifronte pentastellato, ha la spudoratezza di prenderlo in giro: “Sta facendo un grande lavoro. Smentisco la voce sulla volontà di far dimettere il ministro Tria”. I maligni commentano: “E dove lo troverebbe un altro disposto a subire simili angherie?”

Avessi avuto un padre fuori legge, nel senso di irrispettoso della legalità, me ne sarei vergognato. Di Maio ne è orgoglioso e commenta la sceneggiata delle scuse del padre (riprese con grande evidenza dai tg ormai convertiti al gialloverde) con un incredibile “è il padre di un grillino”. Su questo siamo d’accordo, è proprio in linea con il grullismo.

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