Tutta colpa di papà

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Pur di svicolare dalla trappola, Di Maio scarica sul padre la brutta faccenda degli operai pagati in nero dall’azienda di famiglia. La vigliaccheria, dettata dalla vergogna per un episodio in stridente contraddizione con i proclami etici del Movimento, di cui Di Maio è principale portavoce, arriva al punto di prendere le distanze dal padre: “Io e lui per anni non ci siamo neanche parlati, non c’è stato un bel rapporto”. Sarà, ma è difficile credere, visto che dice di aver lavorato per l’impresa paterna, di non essere a conoscenza del pagamento in nero degli operai (sembra siano quattro). Il compare Salvini non dice me ne frego, ma quasi: “Anche su di me ne ho lette di tutti i colori, ma penso che entrambi abbiamo la coscienza a posto”.  Ovvero, “Onestà, onestà”

A proposito del “Ce l’aveva duro” Salvini e dell’illegittima ingerenza nelle vicende del Milan di cui è tifoso (ma dovrebbe tenerlo correttamente per sé): il vice premier leghista ha praticamente messo il veto su Balotelli. Non gradisce che sia del MiIan (figuriamoci se un ministro xenofobo può tollerare che nella squadra del cuore giochi un calciatore di colore, anche se nato in Italia e centravanti della nazionale). Balotelli ha commentato: “Mister (rivolto a Gattuso), penso che siamo in molti a voler fare due chiacchiere con lui”.

Laura Boldrini, ex presidente della Camera, bersaglio di insulti volgari sui social e sgradevoli commenti di Salvini, dice quanto dovrebbero condividere il Parlamento e tutti gli italiani, soprattutto chi lo ha votato: “Il vice premier leghista deve dimettersi. In quale Paese il leader di un partito di governo che ha sottratto 49 milioni di euro ai cittadini potrebbe continuare a fare il Ministro, guidando un dicastero che dovrebbe garantire la legalità? “.

Giallovedi compatti e concordi? Solo a chiacchiere. Da qualche tempo a far la voce grossa è Salvini. L’ha spuntata sul Tap che i 5Stelle non volevano, l’ha spuntata sullo stop all’accoglienza dei migranti (boccone amaro per i partner pentastellati), la spunterà quasi certamente sul Tav e ha la meglio anche sul Decreto Sicurezza che ha creato seri mal di pancia a parte del Movimento. Salvini, a evitare rischi di bocciatura dei dissidenti penstellati, ha blindato l’approvazione imponendo il voto di fiducia, con gli applausi in Parlamento della Lega (e si capisce) e dei grullini (a dispetto di chi nel movimento non lo condivide globalmente). In aula il Pd ha commentato a squarciagola con un eloquente “Vergogna, vergogna” e a conferma della subordinazione di Di Maio a Salvini il dem Borghi, rivolto ai pentastellati ha definito il voto “una fiducia contro di voi”.

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