GIALLO MORO / UN LIBRO SUL NULLA FIRMATO FIORONI-CALABRO’

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Il presidente dell’ultima Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso di Aldo Moro, ossia l’ex Dc, poi Margherita, quindi Pd Giuseppe Fioroni, narra praticamente di se stesso e dei lavori che ha coordinato in svariati mesi di indagini che hanno portato alla luce neanche un topolino. 

Nella titanica impresa di scrivere del nulla gli dà una mano la giornalista Maria Antonietta Calabrò. 

Braccia sottratte all’agricoltura. 

Il parto, pubblicato da Lindau, si chiama “Moro il caso non è chiuso”. Epico. 

Tanto per cambiare, gli Autori – con ogni probabilità in attesa di qualche premio, dal Pulitzer in giù – confermano che si tratta di un mistero irrisolto e irrisolvibile, di un enigma inestricabile, dove hanno partecipato tutti e nessuno. Il solito guazzabuglio all’italiana, il consueto minestrone dove ci infili di tutto per offrire il sapore del niente. Perchè tanti sforzi per tirar fuori l’ovvio, lo stradetto, il super scontato? 

Ma gioisce il presidente-coautore: dopo aver esaminato montagne di carte e documenti, valanghe di analisi, testimonianze e informative diplomatiche, se ne esce: “Il risultato è sconcertante”. 

E allora, avete scoperto una mezza pistarella? Avete qualche nome e cognome da fare? Niente. Il silenzio più assoluto. 

I due esploratori scoprono che c’entrano russi e americani, tedeschi orientali e jugoslavi, palestinesi e israeliani: i quali un bel giorno si mettono intorno a un tavolo per affrontare il ‘caso Moro’. Ma fateci il piacere, direbbe Totò.

E svelano che ci sono state “pressioni, ricatti, offerte, mediazioni, in cui compaiono e scompaiono giornalisti, malavitosi, preti, trafficanti d’armi, banchieri, spioni d’ogni bandiera e fede”. Una bella sceneggiata alla napoletana o una baruffa chiozzotta alla Goldoni. 

Non basta: “un gioco di specchi con tante porte girevoli”, un vero Circo Barnum, un parco giochi per grandi e piccini. 

Una sola frase da salvare, ma che tutti conoscevamo da decenni, la scoperta dell’acqua calda: “Una verità giudiziaria molto lontana dalla verità storica. Un abito costruito su misura, sdrucito ma utile. A molti. Una soluzione di mediazione immaginata proprio da quei vertici democristiani (Andreotti, Cossiga, Zaccagnini, Piccoli etc..) che non seppero o non vollero salvare Moro”.

Doveva Morire”, scrivevano – senza aver costituito alcuna commissione d’inchiesta – dieci anni fa esatti Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato. Che ai lettori offrivano una mole di materiale stratosfericamente più ricco di quella minestra super riscaldata oggi messa in tavola dal tandem Fioroni-Calabrò. 

Già allora Imposimato e Provvisionato, fra gli altri, avevano un asso nella manica: la testimonianza della super spia della Cia Steve Pieczenik, l’inviato speciale di Henry Kissinger per coordinare  quel comitato di crisi costituito da Kossiga e composto per nove decimi da piduisti. 

E Pieczenik disse: “Moro doveva morire”. 

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