DACIA MARAINI / INTERVISTA IN PANTOFOLE CON NINO DI MATTEO

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Ricordate Dacia Maraini, la grande scrittrice e per anni compagna di Alberto Moravia? Adesso, giunta a piena maturità, si dà alle interviste bollenti, come è successo per il “colloquio” pubblicato dal Corriere della Sera l’11 novembre con l’eroe di tutti i pm, Nino Di Matteo.

Candida come una viola mammola, prima di procedere con l’intervista coccolosa avverte i naviganti, cioè i lettori, di non capirne un accidente di giustizia. Comunque, eccola cimentarsi con domande taglienti quanto la carezza di una mano vellutata.

Si parte con la fascinazione. “Di cosa posso parlare con un uomo che rischia la vita per il suo lavoro, che ha pochissimo tempo da perdere, che conosce a fondo una materia a me poco conosciuta? Ma poi ho incontrato i suoi occhi e ogni imbarazzo s’è dissolto. Il procuratore Antonino Di Matteo ha uno sguardo gentile, curioso e direi quasi timido. Lo sguardo di un uomo che non si è fatto irrigidire e inasprire dagli ostacoli e dalle difficoltà che il suo lavoro comporta”.

Ma cosa era mai il libro Cuore?

La prima domanda è un inno alla magistratura, che a parere della mitica Dacia è rimasta l’unico baluardo e punto di riferimento come rigore etico, soprattutto, di fronte al crollo dei partiti e delle ideologie.

Un esordio in ginocchio non è proprio il massimo. Ma proseguiamo.

Fioccano le domande pungenti e, soprattutto, nuove. “Secondo lei sinistra e destra esistono ancora”?

E poi. “La parola popolo ha ancora un senso”? “Che cosa è il popolo secondo lei?”. Accipicchia.

Una maestra di seconda elementare trasecolerebbe. Comunque, resistiamo e andiamo avanti.

Eccoci ai quesiti tosti. “Pare che Riina dicesse che ‘bisogna fare la guerra per preparare la pace”. Pare che lo dicessero qualche annetto prima i latini, “si vis pacem para bellum”.

Poi una lezioncina da Bignami, con le ‘richieste’ di Riina per fare la pace, il papello.

E continua così, l’ovvio delle domande e lo straovvio delle risposte. Il ruolo di Vito Ciancimino, quello di Bernardo Provenzano, poi si arriva d’un balzo a Matteo Messina Denaro.

“E’ il degno erede di Toto Riina. Ma come è possibile che sia latitante da tanti anni?”, osa chiedere al suo Oracolo.

Che in questo caso si espone: “In effetti è scandaloso che da 25 anni si protragga la sua latitanza. Spero solo che questo lungo buco nero non sia frutto di ricatti e condizionamenti che Messina Denaro può essere in grado di esercitare nei confronti di ambienti deviati dello Stato”.

La scoperta dell’acqua calda, dopo che, dal covo di Riina, rimasto incustodito all’epoca per due settimane, venne prelevato l’archivio e l’“elenco dei 3000 nomi”, tutti i pezzi da novanta della politica, dell’imprenditoria e i colletti bianchi collusi o contigui alla mafia. Una possente arma di ricatto che secondo quasi tutti gli analisti è finita nella mani di Messina Denaro.

Immaginate che la celebre scrittrice di casa nostra chieda qualcosa al suo Super Eroe sulle stragi di Capaci e di Via D’Amelio? Soprattutto su quest’ultima dove i magistrati (Anna Maria Palma, Carmine Petralia e Nino Di Matteo) hanno inventato e taroccato il pentito Vincenzo Scarantino e assicurato un depistaggio che più ‘organizzato’ non si può, come da tempo denuncia – solitaria – la figlia di Paolo Borsellino, Fiammetta?

Da donna a donna, perchè la prode Dacia non ha fatto sue le domande fino ad oggi rivolte invano allo Stato proprio da Fiammetta Borsellino?

Invece di buttare una pagina del Corsera alle ortiche, non sarebbe stato meglio girare all’eroe Di Matteo i drammatici quesiti di Fiammetta?

 

Nella foto Nino Di Matteo ed Anna Maria Palma

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