L’America al voto, altro che chiacchiere in metrò

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In metrò, si voglia o no, si ascoltano colloqui ravvicinati di ogni tipo anche perché con l’infernale sferragliare della Linea 1 o strilli o non ti sentono. Questa mattina, signore in abiti distinti cartella da avvocato sottobraccio e baffi ben curati: “Sai che se Trump vince o perde, non me ne frega niente”. L’amico, tipo ingegnere edile palazzinaro: “A me importa, altro che. Se il governo importa la sua politica per noi immobiliaristi è un terno al lotto”. Si inserisce, non richiesta una giovane donna che si distoglie dalla lettura del Manifesto: “Permettete? Trump non è solo il presidente degli Stati Uniti. Tre quarti del mondo dipendono dalla sua influenza e noi non ne siamo fuori. Se Trump lo decide mette in ginocchio la nostra economia. Gli basta estendere la politica dei dazi ai prodotti che esportiamo in America e una nuova crisi è assicurata”.

Cosa possiamo aspettarci dal voto di medio termine che appassiona gli americani e tiene con il fiato sospeso mezzo mondo, noi compresi? Una sconfitta del tycoon riverserebbe i suoi effetti sull’economia mondiale, darebbe una spallata al contagio virale di sovranismo e populismo, dilaganti, indurrebbe l’umanità a riflettere sulla piaga del razzismo e probabilmente darebbe fiato a chi ammonisce i popoli della Terra a cercare e trovare le soluzioni contro il pericolo del riscaldamento del pianeta.

Non c’è che da aspettare l’esito della votazione in corso. Per il momento il risultato sarebbe di parità. Camera ai democratici, Senato ai repubblicani. Già così Trump accuserebbe un brutto colpo e una delle conseguenze sarebbe la possibilità di chiedere l’impeachment.

Dalle nostre parti la materia del contendere è molto più modesta, non trascurabile. I duellanti si scontrano su temi caldi. Il treno ad alta velocità si fa o non si fa? I grullini dicono no, i seguaci del Ce l’aveva duro, lo vogliono. E poi il blocco della prescrizione dopo il primo appello. L’ “Incompiuto Di Maio, il balneare Toninelli e soci si oppongono per ripicca avendo ceduto sul caso Tap, i leghisti lo pretendono per gratificare le imprese del Nord che li hanno sostenuti elettoralmente.

Terzo argomento controverso, ma in questo caso le lame si incrociano con l’opposizione Dem è il decreto per Genova, che nasconde tra le righe la parola “condono”, tesa a gonfiare i consensi per chi la pronuncia. Dov’è l’inghippo? E’ nell’estensione della sanatoria degli abusi edilizi nell’isola di Ischia. E che c’entra l’isola verde con Genova? Niente. Chi legge il retroscena del provvedimento sospetta che l’inclusione di Ischia sia un atto di ricompensa dell’“Incompiuto” Di Maio per gli elettori del suo collegio. Lui, ovvio smentisce, ma il parere degli esperti del Pd dice che “Grazie all’art. 25 del Decreto Genova approvato dalla maggioranza pentaleghista alla Camera dei Deputati, potranno essere condonati”.

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