FAKE NEWS / UN OSSERVATORIO SULLE “BUFALE”? MA ANCHE SUI MEDIA OMOLOGATI E CLOROFORMIZZATI

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Fake news, una storia senza fine.

L’ultima vede al centro l’intervista all’economista tedesco Joeren Dijsselbloem, le cui parole sarebbero state travisate e quindi utilizzate ad arte dai 5 Stelle.

Ma è da mesi e mesi che il problema si pone con evidenza, vista la mole di notizie, storie, narrazioni del tutto campate per aria e buttate in rete, ma anche spesso e volentieri via media tradizionali.

Perchè se è vero che il fenomeno è esploso con sempre maggior peso sul web, grazie alla capillarità sempre più forte dei social, è anche vero che stampa e tivvù non sono indenni dal fenomeno, che poi va ad unirsi a quello di una sempre maggiore omologazione dei media ufficiali, un profondo appiattimento dei contenuti, una sempre più sensibile cloroformizzazione.

Il cittadino-lettore, quindi, è preso in una morsa: informazione strampalata, fatta in buona parte di fake news, oppure informazione omologata, distorta e sempre più spesso negata.

Sul banco degli ‘imputati’, perciò, devono per forza di cosa salire sia le migliaia di blogger e giornalisti fai da te, che senza alcuna professionalità utilizzano la rete come una sorta di discarica informativa; ma non possono non salirci anche quei professionisti di tivvù e carta stampata che consapevolmente riciclano gli argomenti, scrivono di aria fritta, fanno i copia incolla, utilizzano le veline, travisano i fatti, e soprattutto nascondono vagoni di notizie reali, scomode, in qualche modo di controinformazione, che non vedranno mai la ribalta di una prima o di una quindicesima pagina.

Un doppio fronte di cui, a questo punto, diffidare. E tutto ciò finisce per rendere il panorama informativo del tutto distorto, carente, spesso fuorviante, a tutto danno dei cittadini che hanno diritto – come vuole la nostra Costituzione – ad un’informazione seria, professionale, in grado di dare notizie “vere”, “autentiche”, che corrispondano ai fatti, su cui il lettore possa formarsi una sua opinione autonoma, una coscienza critica, comparando più fonti.

A questo punto si pone il problema: è arrivato il momento di dar vita a un organismo, chiamatelo come volete, un’authority in grado da fare da sorta di arbitro in tema di fake news? O non si rischia di cadere dalla padella nella brace, trasformandolo in un ulteriore censore?

Il tema è caldo, anche perchè bisognerebbe studiarne e delimitarne con attenzione il campo d’azione, i poteri che dovrebbe avere, la sua composizione, insomma tutte le modalità operative. Sono previste rettifiche, sanzioni, rimozioni dai siti e tutto quanto può significare un tratto di matita blu su ciò che è stato riportato in modo strampalato e caso mai in grado di ledere la reputazione di qualcuno?

In quale modo, poi, questa materia non finirebbe per sovrapporsi con gli altri strumenti tradizionali di “replica”, che vanno dalla semplice richiesta di rettifica alla querela penale e alla citazione civile con richiesta di risarcimento dei danni?

Tutti ne parlano, nella scorsa legislatura la presidente della Camera Laura Boldrini ne fece un suo cavallo di battaglia. A quanto pare la questione è avvertita in modo abbastanza trasversale, un po’ meno, of course, dai 5 Stelle che vivono soprattutto sui social e detestano la stampa tradizionale.

Comunque il tema è reale, e dar vita ad un organismo studiato in modo “razionale” può sicuramente essere di giovamento: composto, evidentemente, da soggetti che abbiano esperienza sul campo, giornalisti e giuristi, avvocati e magistrati. Un “osservatorio”, un’authority o cosa? Forse varrebbe la penna di dare un’occhiata a quello che succede in altri paesi, in altre democrazie più sviluppate della nostra.

Così come non va dimenticato il ruolo del giornalista, che soprattutto in certi contesti rischia la pelle per fare informazione vera. E non va dimenticato il ruolo di forte intimidazione che spesso giocano querele penali e citazioni civili (spesso milionarie) sparate per far tacere quel cronista scomodo, imbavagliare la sua voce. Sono sempre più frequenti e anche in questo caso sarebbe il caso di prevedere qualcosa di ben diverso dalla mediazione (ottima solo per chi ha mezzi finanziari), ma una sorta di “corsia preferenziale” in campo civile o penale per verificare subito quando ci si trovi di fronte, in modo palese, ad una cosiddetta “lite temeraria”.

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