LA SCENEGGIATA DI MASSIMO GILETTI / I SERVIZI ALLA PATRIA DEL “COMANDANTE” ULTIMO

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Massimo Giletti ha deciso di darsi alla sceneggiata. La prima performance a “Non è l’Arena”, protagonista Sergio De Caprio, alias il “capitano Ultimo”, già portato in fiction, anni fa, da Raul Bova. L’eroe dei due mondi, Ultimo, capace di assicurare alle patrie galere il super boss Totò Riina.

Ma a questo punto è meglio lasciar la parola all’Autore della Sceneggiata, un Giletti in forma smagliante, che si è sempre rivolto al suo interlocutore mascherato (solo un ciuffo di capelli brizzolati in vista) chiamandolo “Comandante”. Ecco, fior tra fiori.

 

E’ UN ONORE, COMANDANTE

“Il simbolo dell’Italia”, “il Paese reale per me è rappresentato da Ultimo”. “E’ un onore per me dar voce a uno come lei, Comandante!”. Questo l’incipit, con un pubblico in rigoroso e religioso silenzio.

“Eravate fratelli di sangue, lei e i suoi uomini?”, esordisce Giletti.

“Avevamo lo stesso amore per la Bandiera, gli stessi ideali, la legge, il popolo. Lo spirito del carabiniere, del combattente, ci sentivamo fratelli”.

“Il momento della cattura di Riina”, chiede il conduttore.

“Ero con Vitingo. Avevamo chiaro l’obiettivo. Poi, dal furgone, l’appuntato Ombra dice: sta per uscire Sbirulino…”.

La prima volta che gli viene tolta la scorta, commenta Giletti: “Le tolsero la scorta nel giorno dell’anniversario dell’uccisione di Carlo Dalla Chiesa. Come glielo hanno detto?”.

“Mi è arrivata un lettera con la revoca della tutela. Dobbiamo rispettare il sacrificio del Popolo”.

“Cos’è quella croce che porta al collo?”.

“La croce dei Mendicanti, è una fede”.

“Adesso cosa fa?”

“Sono direttore per lo sviluppo delle Biodiversità e i Parchi”.

“Rimango basito. Un uomo come questo, che ha combattuto la Mafia, arrestato Riina ora si occupa di farfalle”.

Interviene l’ospite Myrta Merlino: “Poche parole e tanta verità. Una vergogna per tutti noi. Questo signore si è spogliato della sua vita. Per me lui è un simbolo. E un Paese che colpisce i suoi simboli non è un Paese. Non puoi mettere da parte il capitano Ultimo che ha avuto una condanna a morte dalla mafia. Se Ultimo non vive sereno, io non vivo serena”.

Cala il sipario sulla sceneggiata.

 

QUELL’ARCHIVIO DEI 3000 NOMI VOLATO VIA

La Voce ha più volte scritto inchieste sulla cattura di Riina e soprattutto sul mancato controllo del covo. Nessuna domanda su questo, of course.

Giancarlo Caselli. In apertura in capitano Ultimo a Non è l’Arena, condotto da Massimo Giletti su La 7

Festa nazionale, quel 15 gennaio 1993 (da due settimane è sbarcato a Palermo un nuovo procuratore capo, Giancarlo Caselli), per una ricerca durata un anno di appostamenti, di intercettazioni, di fatica e intelligence, come descrissero i nostri eroi nazionali, ossia il comandante del Ros Mario Mori e il suo braccio destro Ultimo, col suo super gruppo Crimor (Unità Militare Combattente).

Non tutti, però, lessero la cattura in quel modo. A cominciare da Massimo Ciancimino, che nel processo di Palermo sostenne che Riina “era stato consegnato da Bernardo Provenzano”, il quale aveva indicato il covo per garantirsi altri anni di beata libertà (da qui nascerà il secondo processo, sulla mancata cattura di Provenzano: e come al solito tutti assolti).

Ma è proprio il mancato controllo del covo dopo la cattura, lasciato incustodito per ben due settimane, il vero buco nero mai risolto, neanche da una sentenza ovviamente assolutoria per Mori, Ultimo & C. Dopo due settimane quel covo venne trovato completamente trasformato: ritinteggiato di fresco, nuovi di zecca i servizi igienici, asportata la cassaforte. Cosa conteneva? Secondo alcuni pentiti, come Giusy Vitale, “qualcosa che avrebbe fatto saltare per aria l’Italia”.

E cosa mai? Lo dirà a Milano, in un’aula processuale, lo stesso Comandante Ultimo. Succede che il Nostro querela due giornalisti (Saverio Lodato e Attilo Bolzoni) per un libro sulla mafia; tra l’altro li accusa di aver scritto il falso, dicendo che lui, Ultimo, ha confessato che nella cassaforte c’era “un archivio segreto con 3000 nomi”, pezzi da novanta dell’imprenditoria e delle istituzioni collusi con la mafia.

La circostanza viene raccontata alla Voce dall’avvocato Caterina Malavenda, che assisteva i due giornalisti. “Incredibile ma vero – ci disse – Lodato e Bolzoni non avevano scritto di quella circostanza, eppure Ultimo ne parla in tribunale”. La classica excusatio non petita.

Ma quali furono i motivi ‘ufficiali’, ossia dichiarati da Mori e Ultimo, circa il mancato controllo del covo? Risibili. “La truppa era stanca, dopo mesi e mesi di lavoro indefesso ci voleva un po’ di riposo”. Non sta né in cielo né in terra. E ancora: “volevamo lasciare libero il posto perchè eravamo sicuri che si sarebbero potuti muovere e noi seguendoli ne avremmo potuti catturare altri”. Sembrano i ragazzini che giocano a guardia e ladri.

E la sentenza “assolutoria” risulterà comunque non poco pesante, perchè pur considerando penalmente non rilevanti quei fatti, li censurerà sotto il profilo etico, deontologico e ovviamente professionale.

Pochissimi ricordano un’altra story mai chiarita e anche stavolta si tratta di una mancata cattura: quella di un pezzo da novanta di Cosa Nostra, Nitto Santapaola. Individuato il suo rifugio, nella zona delle cosiddette “Terme Vigilatore”, tutto si svolge pochi mesi dopo, aprile 1993. Anche stavolta all’opera il Ros e Ultimo in pole position.

Il covo di Totò Riina

Ma succede un pasticcio: a quanto pare viene seguita un’auto sbagliata (a bordo doveva esserci un altro mafioso, Pietro Aglieri) e alla fine Nitto Santapaolo riesce a dileguarsi nel nulla. Secondo l’accusa, la sua fuga sarebbe stata favorita dal poco comprensibile comportamento degli uomini del Ros. Ma anche qui nessuna condanna.

Last but not least un episodo ormai caduto nel dimenticatoio, il caso di Daniele Barillà di un anno prima, il 1992. Un piccolo imprenditore lombardo viene scambiato per un grosso spacciatore di droga, subito etichettato come “l’Escobar della Brianza”: pedinato, studiato da cima a piedi, intercettato, insomma tutto il solito copione.

E’ arrestato e sbattuto in galera, dove rimarrà a marcire per 7 anni e mezzo. Poi si scoprirà che c’era stato uno scambio di persona: lui non c’entrava niente. “Hanno sbagliato macchina, è stato Ultimo a mettermi le manette. E al processo chi poteva mai mettere in dubbio la bravura di uno che aveva catturato Riina”?

Non sarebbe il caso di fare dei corsi, al Ros, per distinguere un’auto dall’altra?

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