GRUPPO RAGOSTA / MAXI CONFISCHE E CONDANNE DOPO 20 ANNI DI  INDAGINI

Condividi questo articolo

Ci sono voluti esattamente vent’anni per venire a capo di una storia di maxi riciclaggio nel vesuviano, protagonisti i fratelli Ragosta, finiti in galera, e confiscato un impero fatto di imprese, alberghi, aziende, e chi più ne ha più ne metta.

Il primo atto si svolge addirittura nel 1999, quando i primi soldi passano dal clan Fabbrocini, allora dominante in tutta l’area vesuviana, ai Ragosta (Francesco, Fedele e Giovanni). Gli inquirenti, poi, ricostruiranno il percorso di altri danari, per una valore di 100 milioni tra il 1999 e il 2011. E già allora l’operazione passò attraverso alcune sigle acquartierate in Lussemburgo.

Nel corso di questo ventennio è stato un via vai di sentenza e controsentenze, sequestri e confische, e relative revoche: insomma un vero e proprio balletto giudiziario che ha coinvolto svariate procure.

A firmare adesso la sentenza di condanna (15 anni a Francesco Ragosta, 14 agli altri due fratelli) che – ricordiamolo bene – è di primo grado, è stato il tribunale di Nola, giudice Silvana Gentile.

In realtà già sette anni fa la procura di Napoli aveva raccolto una mole di elementi, ma tutto era finito in una bolla di sapone. E da un filone di quell’inchiesta è partita la nuova indagine nolana.

Nell’impero dei Ragosta figurano 3 alberghi a 5 stelle localizzati a Roma, Taormina e Amalfi, mentre gli immobili sono sparsi un po’ in tutta Italia.

Da rammentare che anni fa rilevarono alcune aziende dolciarie, anche di gran nome, come la Lazzaroni. Quest’ultima – nella girandola di sequestri e confische – è stata poi venduta dagli amministratori giudiziari.

Sorge spontanea la domanda. Possibile che ci vogliano 20 anni per arrivare ad una sentenza di primo grado? Possibile che tanti provvedimenti giudiziari fin qui adottati abbiano fatto a pugni gli uni contro gi altri?

Intanto, per vent’anni i Ragosta hanno potuto tranquillamente investire nel “libero mercato” e vivere liberi come fringuelli.

 

Condividi questo articolo

Lascia un commento