Partono i bastimenti e lo Stivale perde tacco e punta

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[Pezzi dell’Italia emigrano, sopraffatti dal peggio delle globalizzazione, sistema di cinica indifferenza al copyright di Paesi come l’Italia di grande tradizione produttiva e creativa].

Soli in città? Moglie in vacanza ai monti e al mare? Pranzo e cena al ristorante. Menù: antipasto misto mare e terra, assaggi di primi, calamari e gamberi (surgelati), gelato, dessert, digestivo. A sera, pizza e birra, dolce. La lista da cui scegliere le portate è in italiano, ma è la sola cosa made in Italy. Il cibo servito in tavola arricchisce, oltre al ristoratore, una miriade di imprese straniere, in dimensioni impressionanti. E’ un vero esproprio, un esempio di colonizzazione del nostro Paese. Perché il rammarico non somigli a una lamentazione patriottica, ecco di seguito l’elenco di aziende italiane acquisite da imprese francesi, spagnole, svizzere, inglesi, americane, perfino russe. Tra parentesi chi le ha comprate: Sangemini, Ferrarelle, Fabia, Boari, Fonte di Nepi, Italacqua (Francia); Galbani, caseari (Soc. franco-inglese); Gancia, alcolici (Russia); Italgel cioè Motta, Antica gelateria del Corso, Valle degli Orti, Surgela, la Cremeria, Maxicono, Mare fresco, Voglia di pizza, Oggi in Tavola, Gruppo dolciario italiano, Alemagna, Crossanteria e pasticceria surgelata (Svizzera); Carapelli, olio (Spagna); Del Verde , pasta (Spagna); Eridania , zucchero (Francia); Eskigel, surgelati (anglo-francesi); Cademartori, formaggi (Francia); Algida, gelati (anglo-olandesi); Bertolli, oli e cioè Maya, Dante, San Giorgio (Unilever–Spagna); Buitoni, pasta (Nestlè, Svizzera); Boschetti, conserve (Francia); San Pellegrino, Levissima, Panna, Recoaro, Pejo, San Bernardo, Claudia (Francia-Svizzera); Sasso, olio (Spagna); Sperlari, cioè Pummarò, Sogni d’oro, Gran ragù Star, Risochef (Spagna); Star, cioè Mellin, prodotti per l’infanzia (Svizzera); Stock, alcolici (Germania-Usa); Vitasnella, snack (Francia-Usa); Italpizza (Inghilterra-Usa); La Gragnanese, conserve (Svizzera); Locatelli, caseari (Svizzzera-Francia); Martini e Rossi, alcolici (Usa); Olio Sasso (Spagna); Norcineria Fiorucci (Usa-Spagna); Parmalat, caseari (Francia-Svizzera); Perugina (Svizzera); Ruffini, vini (Brasile); Rigamonti, salumi (Brasile); Saiwa, snack, biscotti, patatine (Usa-Francia). C’è poi un’altra serie numerosa di cogestioni tra aziende italiane e straniere (oltre venticinque).

Che c’entra Donatella Versace e la sua casa di alta moda con tutto questo? C’entra, perché fra tanti altri settori dell’italianità venduta al miglior offerente, c’è proprio il mondo dei grandi stilisti. L’erede di Gianni, capostipite della famiglia, affermata in tutto il mondo per le sue preziose collezioni, ha venduto l’azienda per due miliardi di dollari al gruppo americano di Michael Kors. L’Italia aveva già perso punte eccelse della moda: Fendi ed Emilio Pucci, ceduti a Lvmh, Gucci e Brioni a Kering, Valentino a Mayoola (Qatar), Loro Piana a Lyvmh, Krizia a Marisflog (Cina). Hanno radici più solide nello Stivale Cavallo, Zegna, Ferragamo, Prada, Armani, Moncler, Dolce & Gabbana, Tod’s e Max Mara. Ma fino a quando? Potenti predatori sono in agguato e la loro palese ambizione è di spodestare l’Italia dal trono della grande moda. Se non badiamo a difenderci ci rimarrà il difficile comparto della coltivazione dei pomodori e dei kiwi, in grande espansione.

Il procuratore di Genova, meritevole di aver respinto al mittente le insinuazioni della Lega su complotti della magistratura, sanziona la restituzione del maltorto chiede conto al “Ce l’ho duro” Salvini dei 49 milioni truffati allo Stato, risponde nel linguaggio arzigogolato della sua materia a chi ha giudicato favoreggiamento la dilazione concessa al Carroccio di spalmare il debito con lo Stato in 76 anni, quando la Terra potrebbe anche non esistere più. I magistrati genovesi provano a spiegarci che la rateazione è vantaggiosa per la casse dell’erario. Entrare nel merito così espresso non sarebbe agevole neppure per il numero uno della giurisprudenza mondiale, ma a ragione, sollecitiamo i togati a rispettare l’elevata funzione di tutori della parità fra tutti i cittadini italiani. Il provvedimento ad hoc per Salvini in che è diverso dalla tragedia di imprenditori, strizzati come limoni, che falliscono perché impossibilitati a onorare il debito con il fisco? Facile. Solo uno si chiama Matteo Salvini.

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