Olè, il descamisado in prima pagina

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All’ormai consolidato attributo “Ce l’ho duro valpadano”, si sovrappone il nuovo di zecca “Descamisado” e non bisogna spiegare perché. Un ministro della Repubblica qual è, Salvini, ahi noi, se ve ne va girando per comizi e incontri politici con la camicia fuori dai pantaloni e le maniche arrotolate, com’è concesso solo giovanotti trasgressivi che vanno al mare. Una ragione c’è: deve nascondere lo stomacone di grande mangiatore.

I litigi quotidiani degli pseudo governanti in carica hanno un insormontabile comun denominatore, l’impossibilità di “fare” altre che annunciare: non c’è copertura finanziaria per la flat tax, il reddito di cittadinanza, le pensioni 100 e cosa gravissima non c’è per avviare l’abbattimento di quanto resta del ponte Morandi, l’affidamento della costruzione di un nuovo viadotto e il destino degli sfollati, non c’è accordo sul nome del nome del commissario, di chi costruirà il nuovo ponte e su quale progetto. Il povero Conte è costretto a rinviare il summit che dovrebbe decidere la fase operativa e si deve accontentare di partecipare alle cerimonie funebri delle vittime di terremoti e alluvioni, di leggere le note che gli preparano.

Non c’è pace Lega-Stellati. L’“Incompiuto” Di Maio è incavolato nero per gli intoppi di Tria e del Carroccio che boicottano il reddito di cittadinanza, Il “Ce l’ho duro valpadano” e “descamisado” Salvini sputa veleno contro il freno dei grillini all’ipotesi di condono. La lega blandisce Berlusconi perché non si opponga alla nomina di Foa al vertice Rai, e gli promette di mettere le mani sui posti dirigenziali della Rai, di non toccare le sue aziende, i 5Stelle giurano che l’ex cavaliere dovrà passare sul loro cadavere prima che le promesse del c-vice premier si avverino. Di qui la domanda: ma se non c’è neppure una virgola dell’allenaza che li veda concordi, su cosa si regge il sodalizio? C’è che con furbizia e cinismo hanno intuito l’opportunità di occupare lo spazio alternativo alla crisi della democrazia rappresentativa, in atto in Italia e in mezzo mondo. C’è che hanno combinato con evidente successo la democrazia autoritaria alla Orbàn e il populismo di stampo latino e statunitense.

Come risponde la sinistra storica, o quel che ne è rimasto, dopo la Caporetto del 4 Marzo? Con la politica delle cene, quella “elitaria” di Calenda e invito a Renzi, Gentiloni, Minniti, e l’altra “proletaria” di Zingaretti, con l’invitoa ai “quattro amici” e non la bar, ma in trattoria (imprenditore del Mezzogiorno di una piccola azienda, operaio, amministratore impegnato nella legalità, membro di un’associazione in prima fila sulla solidarietà, giovane professionista a capo di una azienda Start Up, studentessa e professore di Liceo). Il rende-vous di casa Calenda fallisce sul nascere per il no di Renzi e di Gentiloni, quello di Zingaretti è ancora privo di dettagli su scopi ed esito della cena. A proposito di incontri gastronomici, Martina, incavolato perché ignorato dall’uno e dall’altro dei promotori, commenta: “Io vado a cena con i volontari delle feste dell’Unità”. E’ così velleitaria la convinzione di Salvini di governare per i prossimi trent’anni? Poveri noi.

n.b. Cene loro e noi a digiuno? Di Maio prova a smentire l’attributo di “Incompiuto” e fa salire a quattro le location della politica attorno a un tavolo imbandito per la cena. Invito a un ristorante, ovviamente “stellato”, dove convoca ministri e plenipotenziari del Movimento per studiare la strategia anti Tria e anti Lega, che frenano l’attuazione del reddito di cittadinanza in assenza della copertura finanziaria. Pagamento del conto alla romana, ciascuno il suo, o istituzionale, cioè di tutti noi?

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