“Crolla” il ponte di Renzo Piano

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Può suscitare un moto di ironia o amara riflessione: l’ad di Autostrade per l’Italia, che deve rispondere del crollo di Genova, s’intrattiene con l’archistar ligure Renzo Piano. Osservano entrambi il modellino del ponte progettato gratis per la sua città dall’eccelso architetto autore di opere mirabili in tutto il mondo. Castelluci è ammira la sobria eleganza del progetto e spera in cuor suo che tocchi alla sua società di realizzarlo. Sfiora appena il plastico, che com’è ovvio non ha solidità strutturale e il ponte in miniatura va giù, come il viadotto progettato da Morandi. Imbarazzo? Timore di un responso di Cassandra, segnale premonitore di un nuovo disastro? Niente di tutto questo. Una risata collettiva, contro il malocchio.

Salvineide number 14

“Io eletto, voi no”. Il truce ministro dell’Interno mette in scena sui social la versione leghista della sceneggiata napoletana, lui nordista teorico del secessionismo e sferra un attacco furibondo alla magistratura. Dice di fregarsene (termine delle camicie nere) delle accuse per cui è indagato dal tribunale di Palermo per reati punibili fino a 15 anni di reclusione e minaccia i giudici con espressioni mafiose: “Temete l’ira dei giusti”. Il giusto sarebbe lui, spalleggiato dai suoi sudditi che in questi giorni hanno lanciato messaggi minatori ai magistrati (“Sappiamo dove abitate”). Perfino i pavidi 5Stelle, costretti alla convivenza con il “Ce l’ho duro” valpadano per libidine da potere prendono le distanze e non è l’unico segnale di profondo dissenso. Chiedono rispetto per la magistratura e paragonano l’attacco alle toghe a berlusconismo insolente. E i giudici come commentano? “Quanto dice Salvini stravolge i principi costituzionali, è inaccettabile per toni e contenuti eversivi”. Il capetto di Pontida accusa i magistrati di agire in regime di impunità. Finge di ignorare che i giudici sono sottoposti al controllo del Consiglio Superiore della Magistratura e che di impunità hanno finora goduto i parlamentari, sistematicamente assolti dal tribunale dei ministri.

Nelle casse della Lega c’è poco o niente, comunque ampiamente insufficiente a coprire i costi dell’apparato. Gli ottimisti del Carroccio si dicono certi che i fedelissimi promuoveranno collette e donazioni, ma è utopia. Gli avversari introducono nella questione il sospetto che dalla situazione privilegiata di partner del governo la Lega possa accedere a finanziamenti tutt’altro che trasparenti.

Rischia l’azzeramento l’erogazione del bonus di 80 euro introdotto da Renzi. I crociati della flat tax, che costerebbe 50 miliardi (leggi lega), si propongono di tagliarla per compensare la perdita fiscale dell’Irpef con la sforbiciata dal 23 al 22 percento.

Promesse al vento. La priorità 5 Stelle del reddito di cittadinanza è di là da venire e comunque si avrebbe a costi ridimensionati (10 miliardi anziché 17). La mannaia sui vitalizi rischia di finire in una caterva di ricorsi (700) per incostituzionalità.

Il premier dell’evanescenza, al secolo Conte, ha tentato il colpaccio di succedere ad Alpa, luminare del diritto privato, suo maestro e ha presentato la candidatura, con qualche esagerazione di auto stima, ma soprattutto contando sull’ascendente garantito dal ruolo di presidente del Consiglio. Di Maio, quando lo ha proposto come premier, era al corrente dell’aspirazione di Conte al ruolo di ordinario alla Sapienza e in seguito avrebbe dovuto sospettare che lo scarso dinamismo del prescelto era la conseguenza del maggior impegno per la preparazione al concorso.

Sollecitato dal Carroccio, sponsor ufficiale di Foa per la presidenza del consiglio di amministrazione della Rai, Conte la ripropone. La candidatura, bocciata dal Parlamento, è osteggiata da Berlusconi, preoccupato per le sue reti televisive e Conte gli invia un messaggio chiarissimo. “Metteremo mano a tutte le concessioni”. Gli chiedono: “Anche quelle delle TV?” “Anche a quelle”. Più diretto di così…

Anche questa è l’Italia lega-stellata.

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