IL GLIFOSATO E’ CANCEROGENO? PARLA L’ESPERTA

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Pubblichiamo un articolo dell’avvocato Valentina Scaramuzzo, nota per le sue battaglie giudiziarie in difesa dell’ambiente e della salute.

 

DI VALENTINA SCARAMUZZO

Arriva da oltreoceano, lo scorso 10 agosto, la sentenza storica del tribunale di San Francisco che ha riconosciuto di fatto per la prima volta, a livello giuridico, la natura cancerogena del glifosato, l’erbicida più usato nel mondo, in agricoltura, in giardinaggio e per la manutenzione del verde urbano, da sempre sotto accusa per  possibili danni alla salute.

289 milioni di dollari,(di cui 250 a titolo di danni punitivi),  pari a circa 253 milioni di euro, è la cifra che la Monsanto, il gigante dell’agrochimica, recentemente acquisito dal gruppo tedesco Bayer, è stata condannata a versare, da una giuria della California, a Dewayne Johnson, perché un suo prodotto, il RangerPro, è stato la causa della malattia che lo sta portando alla morte, il cancro. Come il Roundup, questo prodotto contiene l’elemento di punta della multinazionale: il glifosato.

Il signor Johnson ha utilizzato per anni il RangerPro nel suo lavoro di giardiniere di una scuola e nel 2014, all’età di 42 anni, aveva  scoperto una grave forma di cancro, un linfoma non Hodgkin.

Dopo solo  8 settimane di processo, la giuria ha affermato che la Monsanto non ha adeguatamente avvertito gli utilizzatori dell’erbicida sui possibili danni derivanti del prodotto, e che questo ha contribuito allo sviluppo del linfoma del sig. Johnson.

Si tratta del primo caso in assoluto in cui una denuncia arriva in tribunale sostenendo il legame tra il glifosato e una diagnosi di cancro.

La Bayer ha immediatamente reagito alla sentenza annunciando ricorso in appello, ma questa sentenza  aprirà la strada a migliaia di altre denunce per casi simili a quello di Johnson contro il gigante dell’agroindustria, anche da quest’altra parte dell’oceano.

La sentenza in questione è di natura sostanzialmente civile, anche se l’istituto del “risarcimento punitivo”, tipico dell’ordinamento statunitense, fa assumere a questi verdetti una valenza anche sanzionatoria (seppure con pene sempre e solo di natura pecuniaria).

In Italia, una vicenda come quella di Dewayne Johnson avrebbe sicuramente avuto una qualificante ricaduta anche di natura penale, e le regole di accertamento della responsabilità penale sono più rigorose di quelle relative alla responsabilità civile. Ma una strada è stata, per il momento, aperta.

Cancellare il nome della Monsanto, mantenendo solo quello della Bayer, non serve a nascondere e/o a cancellare le nefandezze della multinazionale, già giudicata colpevole  a metà aprile  2017, dal “Tribunale Internazionale Monsanto” all’Aja, in Olanda.

L’ACCUSA DI ECOCIDIO

L’International Monsanto Tribunal è un organo creato per analizzare e sensibilizzare l’opinione pubblica, i governi e le organizzazioni internazionali sui danni provocati alla salute e all’ambiente dalla multinazionale americana di recente acquisita dal gigante tedesco Bayer.

Il processo si è tenuto tra il 15 e il 16 ottobre 2016, ma i risultati sono stati diffusi solo il 18 aprile 2017, dopo un periodo necessario ai cinque giudici riconosciuti a livello internazionale per rielaborare le dichiarazioni di esperti e di 30 testimoni diretti provenienti da tutti i continenti.

L’altro scopo era anche fornire un documento che può essere usato dalle persone in causa con la Monsanto o con altre aziende del settore chimico creando un “precedente” – seppur non legale – che possa contribuire alla creazione di un meccanismo che possa risarcire e rispondere alle esigenze di giustizia delle vittime.

L’accusa più pesante è quella di “ecocidio”, un termine usato per definire le gravi perdite causate alla biodiversità e agli ecosistemi naturali, oltre che i danni provocati alla salute degli essere umani e alla sopravvivenza di intere comunità. Riepilogando, l’ecocidio in questione comprende l’introduzione su larga scala di sostanze chimiche (fitofarmaci) pericolose nel settore agricolo, soprattutto se intensivo; la produzione di organismi geneticamente modificati che espone le comunità e le persone a rischi come l’incremento di insetticidi ed erbicidi, come il glifosato e – fino al 1979 – i policlorobifenili (Pcb), dal 2001 vietati dalla Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti perché, insieme ad altri composti chimici tossici, rimangono nell’aria, nell’acqua e nel terreno per periodi lunghi.Un reato che non esiste nella legislazione internazionale, l’ecocidio, ma di cui il tribunale della società civile chiede l’introduzione per colmare la disparità tra i diritti concessi alle multinazionali e i loro obblighi nei confronti delle comunità.

Il verdetto a cui sono giunti i cinque giudici nominati dalle associazioni è pesante: Monsanto è colpevole di aver violato il diritto a vivere in un ambiente sano, al cibo e a uno standard di salute adeguato. I giudizi si sono basati sulle leggi internazionali che regolano i diritti umani e ambientali, dopo aver ascoltato numerose testimonianze.

Ma che cos’è questo pesticida così diffuso? Perché è sotto accusa? Quanto e come si usa in Italia?

Il glifosato è l’erbicida più venduto al mondo, e nonostante gli studi scientifici che ne sostengono la sicurezza, si è ancora ampiamente lontani dal poter affermare che Roundup e simili non abbiano in alcun modo ripercussioni sulla salute delle persone.

Nel 2015, l’agenzia dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che si occupa specificatamente di cancro ha affermato che il glifosato è “probabilmente cancerogeno per gli esseri umani”, nonostante l’Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA) degli Stati Uniti continui ad affermare che il prodotto è sicuro se usato con cautela. Ma sono diverse le realtà che criticano l’EPA e chiedono di visionare le fonti di tali affermazioni, sostenendo il coinvolgimento della multinazionale nelle decisioni dell’agenzia.

I dibattiti sul glifosato si sono accesi nel 2015 quando lo IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cacro – organismo dell’OMS), dopo un’attenta esamina della letteratura scientifica mondiale,inserì il glifosato tra le sostanze “probabilmente cancerogene per l’uomo”.

Da quel momento molteplici e controverse sono state le posizioni assunte dagli organismi internazionali sull’erbicida.

Posizione opposta allo IARC   ha assunto L’EFSA (Autorità Europea per la sicurezza Alimentare), la quale si è espressa ritenendo il glifosato “probabilmente non cancerogeno”così come il gruppo FAO / OMS sui pesticidi, che ha giudicato “improbabile” che il glifosato assunto attraverso la dieta sia cancerogeno sostenendo che “ un essere umano del peso di 70 chili potrebbe bere 140 grammi di glifosato senza riportarne alcun danno”.

Nel novembre 2017, la Commissione Europea ha prorogato di altri 5 anni l’autorizzazione al commercio degli erbicidi contenenti glifosato, tra i quali anche il RoundUp.

In Italia, grazie ad un decreto del Ministero della Salute del 2016,  è vietato l’uso del glifosato nelle aree frequentate dalla popolazione o da “gruppi vulnerabili” quali parchi, giardini, campi sportivi e zone ricreative, aree gioco per bambini, cortili ed aree verdi  interne a complessi scolastici e strutture sanitarie, ma anche in campagna in pre-raccolta, e in quei terreni nei quali la sostanza potrebbe facilmente penetrare nel sottosuolo contaminandolo.

Non ci resta che augurarci che la sentenza americana,con l’eco che sta producendo in tutto il mondo,  oltre a riaccendere il dibattito sulla nocività del glifosato,  dia finalmente la spinta decisiva, affinchè si arrivi  a vietarne definitivamente l’impiego.

Valentina  Scaramuzzo

 

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