ARTE MILIONARIA / DAI BUCHI NERI ALLE VULVE DI NAPOLI, ECCO IL GENIO DI KAPOOR

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Quando l’arte supera la realtà. Anzi penetra la realtà. Succede con le opere “mitiche e irripetibili” per stuoli di fans e aficionados, “incomprensibili e pericolose” per alcuni non simpatizzanti dell’eccentrico artista indiano Anish Kapoor, 64 anni, originario di Bombay e fresco dell’onoreficienza di “Commendatore dell’Ordine dell’Impero britannico”. La regina Elisabetta, evidentemente, è una sua ultrà.

Peccato l’ultimo incidente di percorso che forse gli ha guastato per qualche ora la sua estate. Tra le decine di mostre organizzate in mezzo mondo, in questi giorni se ne svolge una al museo Serralves di Porto, in Portogallo. Di sicuro ammaliato dal capolavoro di Kapoor, un cerchio che più nero non si può, un turista italiano si è avvicinato troppo e, come attratto in un vortice, vi è precipitato dentro. Un salto da due metri e mezzo, subito ricoverato al vicino all’ospedale di Sant’Antonio (che con ogni probabilità ha stipulato una convenzione tra il suo reparto di ortopedia e il Serralves). “Si sta riprendendo, va meglio”, osservano i sanitari che lo hanno soccorso e medicato e dopo qualche ora dimesso.

QUEL VORTICE NERO CHE TI STREGA

Di sicuro un’emozione fortissima che porterà dentro per tutta la vita, il cinquantanovenne turista di casa nostra. Un’opera d’arte dentro un’opera d’arte: non è da tutti gli umani penetrare nelle viscere oscure di un Kapoor, così come sprofondare nel pozzo di San Patrizio a Spoleto.

La vulva di Kapoor al museo Serralves di Porto. In apertura, l’autore mostra quella di Versailles.

La prestigiosa opera si chiama “Discesa nel Limbo” (a quante pare ispirato al “Cristo nel limbo” di Andrea Mantegna, il quale, poveretto, si rivolterà nella tomba) e rientra nel più vasto circuito titolato “Anish Kapoor: Obras, Pensamentos, Experiencas”.

Ora la mostra è chiusa, per studiare un accorgimento, un sistema che eviti il ripetersi di altre cadute o capitomboli dagli esiti anche più traumatici (almeno per il corpo, non certo per la mente la quale non può che, tuffata in simili esperienze, uscirne rigenerata).

“Certo non si può esporre un cartello che metta in guardia dal pericolo, si rovinerebbe la forza evocativa dell’opera – sottolinea l’amico e organizzatore Demetrio Paparoni – Si tratta di capolavori – spiega – che ti attraggono a tal punto da richiamarti a loro, al loro ventre, da inghiottirti”.

Il Grande Maelstrom di Edgar Allan Poe o il pozzo di Vermicino, con un itermezzo del ritratto di Dorian Gray? Boh, i misteri della grande, onnivora arte moderna.

Spiega sotto il profilo tecnico Paparoni: “Per ottenere un nero profondo, Kapoor utilizza tra l’altro una sostanza di nanotubi di carbonio, capace di assorbire quasi tutte le radiazioni luminose, comprese quella del laser. Grazie a queste caratteristiche, in un oggetto ricoperto di nanotubi di carbonio, l’occhio ha difficoltà a cogliere forme e contorni, fino a non percepire la tridimensionalità”. E fare un voletto.

Commenta una giornalista del Corsera: “Insomma, allo sguardo ‘La Discesa nel limbo’ può apparire più una macchia nera che un pozzo. E l’incidente, anzi l’accadimento, certifica la perfezione tecnica”. Boh.

Un illustre precedente si trova a Napoli, città dove mister Kapoor spesso espone. E’ di circa un anno fa un’installazione simile a quella che ora si trova Porto, e impreziosisce il Museo Madre, nel ventre antico della città. “Un po’ inquietante il nome, “The Dark Brother” (“Il Fratello Oscuro”), dove – spiegano i critici – si crea un vuoto all’interno del pavimento del Museo, ma ne ricopre la superficie con un pigmento nero che non fa risultare la luce. Il risultato è la sensazione che si tratti di qualcosa che è solo disegnato in superficie”.

A tutt’oggi non si hanno notizie, dagli ospedali cittadini, di ricoverati in arrivo dal Madre: anche perchè par di capire che stavolta si tratti di superficie nera nera e non di un pozzo nero, per  dirla in termini che certamente non riescono a onorare la profonda (è il caso di dirlo) arte Kapooriana (speriamo nessuno osi mai parlare di Caporettiana).

CAPOLAVORI PARTENOPEI 

Ha esposto anche al Museo Archeologico di Napoli, nel 2004, ma l’opera che destò più scalpore fu quella che illuminò per mesi, nel 1999, piazza del Plebiscito, il cuore di Napoli, “La Tarantara”, una sorta di immenso semicerchio rosa che secondo gli esperti aveva le sembianze di una “vulva”.

I pareri, all’epoca, furono non poco “divisi”, tra chi la giudicava un capolavoro assoluto delle transavanguardie e bla bla continuando, e chi la giudicava semplicemente inutile, ridicola.

La vulva partenopea

Ma al sindaco dell’epoca, Antonio Bassolino, piaceva da impazzire, tanto da dar vita – in qualità di presidente della Regione Campania – ai musei Pan e Madre – e ad una piccola collezione privata esposta nella fondazione Sudd, oltre a crearsi una significativa collezione personale.

Non pochi storsero il naso, all’epoca delle esposizioni continue in piazza del Plebiscito, per i costi che doveva affrontare palazzo San Giacomo, le cui casse, ad esempio, sono oggi in situazione di pre crac. Alla BNL parlarono di un mutuo da diverse centinaia di milioni per poter fronteggiare quei costi ‘artistici’ Ce n’era davvero bisogno?

E’ la stessa logica, del resto, che ha animato la Metropolitana di Napoli, iniziata la bellezza di 42 anni fa, nel 1976, e ancora ben lontana dall’essere completata. L’infrastruttura italiana – di cui la Voce ha più volte scritto – più cara a chilometro, quasi il doppio di quella romana e il triplo del tunnel sotto la Manica, forse un momento più complesso: un primato europeo, almeno, lo abbiamo raggiunto

Lievitati in modo esponenziale i costi per le sorprese archeologiche, le varianti, le revisioni prezzi, come nelle consolidate prassi che dal 1980 in poi hanno arricchito, con il dopo terremoto, politici di riferimento, imprenditori taroccati & camorra sempre più imprenditrice.

E il metrò rientra a pieno titolo in quel copione tanto da chiedersi: come mai l’Anac guidata da Raffaele Cantone non ha mai dato una sbirciatina a conti, colossali sperperi, clientelismi e infiltrazioni malavitose nei subappalti? Come mai la magistratura non muove un dito? E’ solo in corso, infatti, un processo per il crollo di un antico stabile alla Riviera di Chiaia provocato dai lavori per il metrò. Poi il silenzio più totale.

Ma eccoci alla ciliegina sulla torta. Esattamente un anno fa è stata inaugurata la tanto attesa stazione del metrò a parco San Paolo, una stazione strategica perchè è al servizio di tutta la zona occidentale della città, a un passo dalla Mostra d’Oltremare e dallo stadio San Paolo.

NELLA “VULVA” METRO’ A UN PASSO DALLO STADIO

E sapete quale è la gemma, la perla che la arricchisce? La mega “Vulva” di Anish Kapoor, l’ingresso della stazione ideato dall’artista di Bombay. Sette anni per realizzare la sola stazione che penetra fino a 40 metri di profondità e costata 69 milioni di euro.

Ecco lo sfogo di un architetto napoletano: “Ma sapete perchè sono lievitati di tanto i costi? Anche per il mare di affreschi, disegni, chiamiamole opere d’arte che coprono i muri delle linee metrò e cose come quella di Kapoor. La struttura non funziona, le corse sono ogni 15-20 minuti, i convogli fanno schifo, i nuovi non arrivano, d’estate si muore di caldo, d’inverno si va a nuoto, la sicurezza va a farsi fottere. E pensano alle opere d’arte? Non so per quanto sia incisa quella di Kapoor sul totale della settantina di milioni per la stazione San Paolo. Ma penso un bel po’. Ma non è un po’ meglio pensare alla funzionalità, all’efficienza e alla sicurezza di un servizio pubblico tanto strategico piuttosto che inventarsi qualcosa che di arte a me pare non abbia niente a che vedere? Il problema, per i cittadini, è arrivare in orario e non attendere mezze ore. E poi: se vuoi arte, bellezza, dipinti, sculture non ci sono i musei che adesso vogliono impedire gratuitamente la domenica? Ma in che paese siamo? Nella sua Bombay?Penso peggio…”.

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