L’Italia del poi

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Il sette del mese in corso agosto ho pubblicato la nota dal titolo l’“Italia del poi”. Ho ritenuto utile riproporla in questo orrendo ferragosto italiano di morti assurde, vittime del pressappochismo che pervade la struttura del sistema Paese, incapace di prevenire, costretto a replicare momenti istituzionali di cordoglio e solidarietà per chi perde persone care in disastri annunciati. Il poi del ponte Morandi di Genova è caccia ai responsabili. “Voglio i nomi” ha preteso il ministro dell’Interno quando era impossibile decifrare i perché del crollo e il collega vice premier ha decretato la colpevolezza dell’azienda autostrade, chiedendo la testa dei vertici. Tutto lecito, ma tutto segnale gravissimi ritardi. Le prime valutazioni degli esperti denunciano l’inadeguatezza in partenza del ponte, altri ricordano di aver pronosticato il disastro. Voci inascoltate, voci del poi, che la tragedia di Genova spinge a programmare la verifica totale delle infrastrutture del Paese. Troppo tardi.

L’Italia del dopo è multi partisan, unita nel dolore e nella gioia se chiamata a rispondere emotivamente a sciagure o testimonianze di eccellenza. In   circostanze di eccezionale portata, rossi e neri, gialli e verdi, depongono le armi, dimenticano gli insulti reciproci, i veti incrociati e si uniscono nel nella mestizia. L’Italia del dopo piange i morti uccisi dalle macerie di case crollate per le spallate del sisma, la desolazione di chi ha perso tutto, la rabbia di aiuti tardivi e lentezza della ricostruzione. L’Italia del dopo gareggia in solidarietà con le vittime di alluvioni, frane, valanghe; celebra il giovane matematico vincitore della gara mondiale di settore, la ricercatrice esule negli Stati Uniti autrice di una sensazionale scoperta, la fama di artisti come Benigni, Fo, Roberto Bolle, Pavarotti. Sempre dopo. Si scopre dopo ogni terremoto che le case ricostruite nelle aree a rischio non sono antisismiche, che canali e fiumi nel perimetro urbano di città devastate dalle alluvioni sono come sempre impossibilitati a smaltire le cosiddette bombe d’acqua, mai bonificati, che su linee ferroviarie ad un solo binario la possibilità di disastri è alta, lo sfruttamento del lavoro dei migranti uccide, che alle falde del Vesuvio e nei territori a prevedibile pericolo di eruzioni dei Campi Flegrei la speculazione edilizia ha edificato a tutto spiano, che sono ancora decine, forse centinaia i passaggi a livello incustoditi, che nelle terre dei fuochi si muore di cancro più che altrove, che è impressionante il numero di morti “bianche”, di operai uccisi nei luoghi di lavoro; che in troppi cantieri fuori legge si lavora senza protezione; che si muore di morbillo in assenza di vaccinazione. Il dopo è un caleidoscopio, che comunque lo agiti esibisce in forma rituale la faccia buona della politica. “Il premier, sul luogo della sciagura, ha portato ai parenti delle vittime il cordoglio e la solidarietà del governo e promesso l’immediata costituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta”, il leader dell’opposizione auspica interventi urgenti e denuncia ritardi, inadempienze di chi è al potere. Il quesito è banalmente elementare: al dopo dell’esecrazione, della partecipazione accorata al dolore, a proclami di rapidi interventi riparatori, ha mai fatto seguito un cambio radicale di approccio al tema specifico, di terremoti, alluvioni e altre disgrazie? E’ così difficile prevenire sciagure come quella di Bologna? E’ davvero impossibile intervenire sul disboscamento che non fa più da argine alla furia devastatrice della pioggia per aver distrutto le barriere naturali? Esiste un sindaco capace di programmare l’urbanizzazione dei territori fuori dalla zona rossa di pericolo eruzione, che vigili perché la ricostruzione del dopo terremoto sia davvero antisismica? La morte di dieci migranti, vittime di due incidenti mortali in Puglia, oltre a suscitare commozione, fa scoprire in questa triste circostanza la vita da schiavi dei raccoglitori africani, le condizioni disumane del lavoro a tre euro l’ora fino a spezzarsi la schiena, per tornare sfatti alle loro baraccopoli su sgangherati camioncini.

Quanti programmi di approfondimento, inchieste dei media, denunce di associazioni umanitarie, ci vorranno per mutare il cordoglio e la solidarietà “a caldo” di premier e ministri di governo nel rispetto operativo per la vita di chi lavora, senza distinguere il colore della pelle?

Per favore, cancellate dal vostro dizionario l’insopportabile presenzialismo del “dopo”.

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