Il mio Ferragosto in orbita

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Ho paura, paura di lasciare l’orbita che mi fa girare intorno alla Terra, che di quassù appare come una sfera azzurra, appena macchiata qua e là di ombre: catene montuose, sul pianeta di noi umani che emergono dalle grandi masse oceaniche, ma a questa distanza piatte pause tra i mari. Vago nello spazio, la parola fine ha concluso tre anni di allenamenti, seminari di addestramento, sedute psicanalitiche, simulazioni di volo, prove di adattamento al vuoto, all’immensità del cosmo, all’assenza di umanità, alla mancanza di Ester, la mia compagna, del piccolo Lorenzo, ai piatti inventati da Francesca, cuoca a mille stelle, al Bordeaux d’annata, omaggio del capo missione. Sono a passeggio nel cosmo perché c’è la parola fine per la preparazione al volo spaziale coordinata dall’intellighenzia scientifica responsabile del “go”, che a conclusione di complicatissimi elementi di valutazione ha fissato la data del lancio al 17 di Agosto: “Ok? Ok, ok, ok?, yes okay. Tutti gli artefici della spedizione avrebbero convalidato all’unanimità, perché ignari del mistero per cui un astronauta napoletano aborre quel diciassette, per di più caduto in un venerdì, giudicandolo nemico da scansare toccando ferro e strusciando pollice e indice sulla punta di un cornetto rosso, regalo della nonna al momento di venire al mondo, con l’anellino della base infilato in una catenina d’oro da tenere al collo per il resto della vita. Ho corrotto il numero uno del settore meteo, non secondario nella decisione di accendere il razzo vettore in quel giorno infausto, ispirato da condizioni climatiche favorevoli. Gli ho raccontato fatti veri e storie inventate di disastri avvenuti di venerdì e non sia mai detto, di Venerdì diciassette: terremoti, alluvioni, eruzioni vulcaniche devastanti, eccidi, scomparsa di navi ed aerei nel triangolo delle Bermuda, pandemie con milioni di morti. Crisi finanziarie coincidenti con la chiusura delle borse del venerdì. Il meteorologo si è messo al lavoro e dopo aver accertato l’idoneità per il lancio dei giorni immediatamente precedenti e successivi al 17 di agosto, ha riconsiderato la decisione già presa e convinto i responsabili del centro spaziale sulle migliori combinazioni atmosferiche del 15 di Agosto. Lavoro massacrante dell’intero staff, varianti eseguite, l’ok per il via all’impresa nel giorno di Ferragosto.

La verità? Non conosco la paura dipendente dalla superstizione e il “no” al 17 per entrare nello spazio dell’astronave che mi avrebbe ospitato per un giro nel cosmo aveva ben altra motivazione. Voglio starmene lassù in quel giorno speciale per gran parte dell’umanità, che mette in parentesi la quotidianità e stacca la spina dal lavoro e non solo, per rifletterci su, nello spazio dove non arriva il rumore del pianeta, l’eco dei conflitti, le notizie di corrotti e corruttori, di ingiustizie ed egoismi, di barbarie, violenze, lotte di potere, dell’ingiusta casualità delle nascite a rischio, per cui si muore all’esordio della vita.

Si va. La spinta del reattore si riverbera sull’involucro della navicella con un’enorme forza d’urto che mi schiaccia sulla poltrona avvolgente di comando, per il momento inutile garbuglio di pulsanti, spie, levette, quadranti, monitor. Il razzo punta alla sua orbita comandato da terra e come avevo immaginato mi infastidisce la continua richiesta del comandante De Rossi, l’astronauta che mi ha preceduto nell’esplorazione dello spazio. “Luciano, tutto ok?”. Ho ben altro a cui pensare, altro che rassicurare “capa pelata” De Rossi”, ma non me ne faccio un problema. Il tondo della Terra si riduce progressivamente e comincia il mio viaggio nell’estraneità, o nell’astrazione dalla realtà, nell’oblio che ho sognato ogni notte delle cento in preparazione del lancio.

In un lato persistente della memoria ho comunque conservato l’accurato elenco di cose e persone da rimuovere dalla coscienza. The number one da cacciare via dal serbatoio dei ricordi è il tycoon, imprevedibile inquilino della Casa Bianca. Via anche Matteo Messina Denaro, feroce mafioso, pluriomicida con soprannome Diabolik, il latitante da ventisei anni più ricercato del mondo, ritenuto responsabile di innumerevoli esecuzioni, organizzatore con altri del rapimento del piccolo Giuseppe Di Matteo (il corpo fu poi sciolto nell’acido) per ottenere la ritrattazione del padre delle rivelazioni sulla strage di Capaci.

Poi, in ordine sparso, Netanyau, il testimone di Geova che una domenica mattina mi ha strappato dal sonno alle otto del mattino con un lancinante scampanellìo; la zia Carolina, che ad ogni incontro mi ha lasciato le guance rosso fuoco per pizzicotti secondo lei affettuosi; il carnefice dell’Isis con foto sui social nell’atto di sgozzare una vittima, i re dell’evasore fiscale, in rappresentanza dei mille fantasmi che il fisco non sa smascherare, il cardinale australiano che ha coperto centinaia di pedofili della sua diocesi, l’oligopolio dei petrolieri  che minacciano la sopravvivenza del mondo; l’insegnante di Greco delle ginnasiali, nota come “l’isterica zitellona” o “la bizoca asessuata”, che mi sospese per una settimana perché sorpreso ad attraversare il corridoio con un braccio intorno alle spalle di una studentessa niente male; gli xenofobi alla guida di Ungheria e dintorni, la Juventus, in toto, le zanzare tigre, le mosche cavalline, meduse e pirana, il danno d’immagine provocato alla città del Vesuvio dalla circolazione internazionale della fiction Gomorra;  il detto “vedi Napoli e poi muori”, la pessima imitazione della Margherita, spacciata a Tokio per opera di un presunto pizzaiolo napoletano, l’usura di gran parte delle banche, la pubblicità “Flatuenza, stitichezza? …il cerotto dell’intestino”; tutti i programmi televisivi di cucina, il gossip che satura i periodici nelle sale di attesa del medico di famiglia, le vacanze in crociera, il sudoku, i cappelli della regina Elisabetta, l’avversario virtuale di scacchi del pc, la pena di morte, la barbarie dell’infibulazione, il sentimentalismo di “guarda che luna stasera”, le tv a pagamento, i bombardieri F35. In margine a  questo lungo e caotico elenco, come ignorare l’anonimato di Elena Ferrante, del neomelodico Liberato, i Nobel truccati, i signori della guerra, la duemilatrecentosettantesima puntata della soap opera “Sentieri”, la pioggia che “schizzechea”, cioè indecisa se scrosciare o fingersi pioggia, il Suv,  pasta con la zucca; il presupposto “pecca pure, ma pentiti, confessati, recita dieci Ave Maria, tre Pater Noster e andrai assolto”, i modellini della Ferrari “Prima uscita 1 euro e cinquanta”, le scarpe strette, le snervanti liste d’attesa imposte dagli ospedali del Sud, la miss Pro Loco di Orzegola di Sotto, la barca a remi (che se no il motore perché l’avrebbero inventato?), le nacchere, “Alla ricerca del tempo perduto”; i Gialli di 760 pagine più appendice, il ricordo dei pantaloni alla zuava, la sventura di messieur Nicot,  in blocco i cinepanettoni, le blatte di cui l’entomologo provi a legittimare l’esistenza, il Ku-Klux-Klan; super enalotto e grattini, la birra calda…e…

basta così, sono in orbita e c’è da perdere la bussola a scrutare la piccola pallina da  tennis di dove sono volato via. Dedichiamoci agli strumenti, via alla missione. La voce di De Rossi ora arriva alterata: “Luciano, tutto ok?”

“Capa pelata, metti il silenziatore al tuo microfono”

Il silenzio sarebbe assordante senza il lieve ronzio dell’erogatore di ossigeno, la concentrazione non ne risente. “Orientare le telecamere a trecentosessanta gradi” è la prima voce del manuale delle istruzioni. La 1 si muove con il fish eye e tiene sotto osservazione l’esterno della capsula con tutti gli strumenti che ne garantiscono la tenuta, la seconda riprende l’ ormai piccola sfera della Terra, la terza spazia con movimenti prestabiliti l’orizzonte e asseconda le successive posizioni della capsula nel suo percorso ellittico. Il mio sguardo è attratto per un secondo dal logo del produttore di un dispositivo di rilevamento della condizioni esterne. David  Tackeray & Co. “Le iniziali si sovrappongono esattamente a D,T di Donald Trump”.

Puttana Eva, me lo ritrovo tra i piedi, a dispetto del proposito di confinarlo in un file della memoria per la rimozione definitiva. Ingrandisco con un paio di colpi dello zoom l’immagine del continente americano, stringo su Washington, entro nella casa Bianca. Melania è lì per incombenze istituzionali, che altrimenti frequenta una tantum. The president è incazzato nero. La first lady si è negata per l’ottava volta alle grossolane mani del marito, che come il lupo perde il pelo, non il vizio e ha provato a palpeggiarla, oltre tutto gualcendo l’abito di Armani appena indossato dall’ex modella. “Go away” urla Melania e gli molla un sonoro ceffone. “Sfoga la tua animalesca libidine con una delle troie” urla e gli rifila un calcio dove fa un male boia. Il tycoon si ritira bestemmiando nella sala riunioni e scarica frustrazione e dolore inguinale sullo staff presidenziale. “Minacciate Kim Jong-un, che distrugga anche l’ultimo grammo di uranio con cui si diletta di costruire armi nucleari o lo spazzo via dalla faccia della Terra”. Per consolarsi chiede al ministro degli interni se prosegue il blocco dei messicano che “si azzardano” a valicare il confine con gli States, se il muro anti immigrazione è bel saldo, se il mercato delle armi è sempre florido, come procede l’iniziativa di armare i docenti in tutte le scuole del Paese, se il protezionismo dei dazi incrementa i profitti delle imprese americane e in politica internazionale se Di Maio e compagni godono di buona salute politica.


Ne h
o abbastanza e punto il maxi zoom della telecamera sulle zone artiche, dove i lapponi se ne stanno in pantaloncini corti e t-shirt a godersi gli storici trenta gradi di caldo torrido che scioglie gli iceberg, poi lo dirigo sulla California dove quattordicimila vigili del fuoco stentano a domare il più devastante incendio di sempre che Trump addebita al mancato impiego di ingenti risorse d’acqua disponibili e lo stato americano alla responsabilità di Trump che esce dagli accordi climatici.

E l’incendio che ha stretto in una morsa di fuoco Atene? Vediamo: per la sinistra, questo il sospetto del telegiornale in onda, è che sia un’azione di sabotaggio contro Tsipras. E poi, qual è la mappa dei Paesi del mondo dov’è in vigore la pena di morte? In volo radente configuro il percorso virtuale che unisce alcuni degli Stati Uniti, Texas primo fra tanti, la Cina, Stati arabi, le Filippine, nel futuro prossimo la Turchia. L’indagine mi distrae dal controllo degli strumenti di bordo e di più il ricordo della lettera alla madre di uno dei condannati, un nero accusato con prove indiziarie di omicidio, molto povero, perciò difeso e male da un avvocato d’ufficio. “Domani mi uccidono. Mamma, almeno tu credimi, sono innocente”. Eccolo nell’immagine della Terra il Texas giustizialista, accanto alla Louisiana e forse non a caso al New Mexico.

Si avvicina il tempo del rientro sulla Terra, meglio concentrarmi sulle istruzioni imparate a memoria in anni di addestramento: altezza, velocità, manovre di adeguamento della rotta, pulsante di attivazione dei retrorazzi, temperatura della corazza esterna, pressione interna della capsula, scorta di ossigeno e movimenti di gambe e braccia per attivare la circolazione corporea. “Fatto…fatto…fatto…

Ho il tempo per dare un’occhiata al mondo che si avvicina. Impossibile esplorarlo per intero, mi limiterò alla mia Italia.

Un’occhiata su Montecitorio rimanda l’immagine della Camera dei deputati dove hanno risposto “presente” sette parlamentari alla seduta che commemorava l’uccisione di Borsellino e della scorta. Dove saranno tutti gli altri?  Eccone alcuni nel mare di Capri, a bordo di “barche” milionarie, a sorseggiare prosecco ben ghiacciato dopo un tuffo nelle acque blu dei Faraglioni. E il ministro degli Interni? In costume verde con scritta “tu con Salvini” sulla sabbia di Maiorca? No, non può essere lui, dev’essere un sosia, perché il consiglio comunale dell’isola maggiore delle Baleari ha fatto sapere di essere sgradito.

 

Formigoni? Naviga nei mari delle Bahamas, braccia la cielo in riconoscimento della “grazia” di navigare a sbafo. D’Alema? Ha scelto la campagna, la cura dei vigneti che producono vini di pregio, con qualche breve pausa per far sapere all’Italia che la rottamazione di Renzi gli ha fatto “un baffo”. Berlusconi, guarda un po’, entra ed esce dal San Raffaele, ma non demorde, anche se Forza Italia perde pezzi a vantaggio della Lega, dove c’è una lunga coda di aspiranti valpadani in attesa di indossare la maglietta “Noi con Salvini”, distribuita gratis, forse con i residui dei 49 milioni spariti della Lega. Do un’occhiata allo sport: il varco degli arrivi di Torino Caselle è presidiato da centinaia di tifosi della Juve. Il display segnala che è atterrato il jumbo proveniente da Lisbona dove si è imbarcato il dio del pallone Ronaldo. Mezz’ora prima è arrivato il presidente del Consiglio Conte. Neppure un grillino ad attenderlo.

E’ la solita Italia, dove un ministro, detto il “rematore contro” cancella l’idea vincente dell’ingresso gratuito dei musei nella prima domenica del mese, che ha generato incrementi cospicui di visitatori e un inedito impatto con la cultura degli italiani mai entrati in un museo.

 

E’ l’Italia del governo che distrae il Paese da drammatiche emergenze litigando sulla Tav. A proposito, giornalisti e politici continuano a citare la Tav e ignorano che è l’acronimo di Treno (maschile) ad Alta Velocità.

 

E’ l’Italia che per farsi dispetto si oppone alle vaccinazioni e inventa la non obbligatorietà, cioè il rischio di morte per i bambini non vaccinati.

 

E’ l’Italia dove circolano migliaia di Tir “bomba” senza le dovute cautele, dove il presidente del consiglio elogia il poliziotto eroe che ha salvato la vita di persone coinvolte nell’esplosione di Borgo Panigale e promette, secondo un rituale già visto mille volte, che tragedie simili non ci verificheranno più.

 

E’ l’Italia dei morti di caldo, ma non degli anziani che possono consentirsi condizionatori e bollette salate per consumi straordinari di energia elettrica.

E’ l’Italia del Sud, indotta a emigrare per assenza decennale di attenzione dei governi di ogni segno politico, la terra di un giovane su due senza futuro, dello schiavismo che uccide i migranti e trae profitto dalla loro fatica disumana sottopagata.

 

Rientro in questa Italia, in pieno Ferragosto, giorno che scoraggia la conflittualità, che fa dimenticare il quotidiano, le sue drammaticità, la data che ho scelto come evento fuori dal mondo per riflettere sul pianeta, nell’immensità dei cieli, in assenza di chiacchiericci futili, strumentali, distraenti, utili solo alla conservazione delle diseguaglianze, degli egoismi, delle prepotenze, dell’inaccettabile normalità.

 

Sono a terra, maledizione.

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