SALVINEIDE 8

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“Sei in vacanza? E datti una calmata, pensa ad abbronzarti, dedicati a espansività amorose, distraiti”. L’invio non ha effetto sul “ce l’ho duro” leghista, che in vacanza sul Gargano continua a esternare ripescando temi cari al passato, per fortuna sepolto, del Ventennio. Stavolta disserta sul servizio militare e ci informa che va studiata la possibilità di reintrodurlo nella nostra legislazione.

Di che parla? La cosiddetta “naja”, ovvero il servizio militare di leva, ovvero coscrizione obbligatoria di una classe nota come servizio militare obbligatorio, appartiene al passato remoto e prossimo dell’Italia. Nasce con il Regno d’Italia nel 1861 e “muore” nel 2004 con apposita legge. Per la bellezza di 144 anni i giovani del nostro Paese hanno dovuto “servire la patria” per due anni. Perché naja? Il termine sembra di derivazione del dialetto veneto. Te-naja è l’equivalente di “morsa”, “tenaglia”, espressione dispregiativa, probabilmente di condanna per le conseguenze della costrizione a lasciare la vita civile, il lavoro, la famiglia. La naja ignorava le convinzioni pacifiste dei giovani coscritti, che già durante la seconda guerra mondiale si opposero con l’obiezione di coscienza e subirono processi, la carcerazione. In aggiunta all’obbligo di indossare la divisa e di dover uccidere in armi, il fascismo istituì l’istruzione premilitare, a partire dagli otto anni (sic!) e fino ai 21 (Opera Nazionale Balilla). Il servizio di leva poteva essere svolto anche nella milizia fascista di triste memoria.

La nascita della Repubblica conferma l’obbligatorietà del servizio, in sospetta contraddizione con l’articolo che vieta all’Italia di ricorrere alla guerra per dirimere questioni internazionali. La scure della legge si abbatte con la carcerazione su chi rifiuta la cartolina precetto.

Nel 1972 si introduce finalmente la disciplina del servizio civile obbligatorio per gli obiettori di coscienza, di durata maggiore, poi equiparata con la leva militare. Nel ’99 si istituisce il servizio femminile volontario nelle forze armate.

Casi di nonnismo, cioè di violenze sulle reclute e perfino di omicidi, contribuiscono ad alimentare l’avversione per la naja e dopo molteplici passaggi legislativi il servizio obbligatorio nel 2004 è abrogato, con la possibilità di ripristino se l’Italia deliberasse lo stato di guerra o in caso di gravissime crisi internazionali in cui l’Italia fosse coinvolta direttamente.

Siamo in guerra, siamo coinvolti in via diretta in crisi mondiali? Ovvio, no. E’ da vedere se il ministro dell’Interno èa informato di prima mano su un’imminente dichiarazione di guerra del nostro Paese.

L’insaziabile valpadano si pronuncia anche sul tema della legittima difesa, lecita sempre e comunque. Per chiudere in bellezza propone di premiare (“nessuno la tocchi”) la capotreno che con l’altoparlante di bordo ha dichiarato “zingari scendete alla prossima fermata perché avete rotto”. La dipendente delle ferrovie rischia il licenziamento, il vicepremier del Carroccio propone di darle una medaglia e perché no, di chiedere al presidente Mattarella di offrirle il cavalierato. Top di correttezza politica e di rispetto democratico è infine la provocazione, testuale: “L’immigrazione serviva alla sinistra per avere schiavi da far usare alle multinazionali”. Considerata la disposizione del “ce l’ho duro” per la querela che ne dice la sinistra di sporgerne una per aver ragione di un’affermazione così gratuitamente ingiuriosa?

A integrare questa già corposa nota una nuova gaffe del vice ministro leghista. Aveva “ordinato” di modificare il modulo per la richiesta della carta d’identità alla voce “Genitore 1”, “Genitore 2”, per escludere dal diritto al documento i figli delle coppie gay e di inserire la nuova dicitura “Padre”, “Madre”. Gli è andata male. Ora effettivamente non compare più “Genitore 1”, “Genitore 2”, ma neppure “Padre”, “Madre”. Semplicemente “Genitore”, espressione che include anche le coppie omosessuali con figli.

Chi invoca il rispetto dell’etica dovrebbe per farlo per primo. Il monito include anche Saviano e la Mondadori Libri, condannati per la seconda volta e per lo stesso reato, ovvero per aver pubblicato una ristampa di “Gomorra” senza rettificare la parte in cui si dice che Vincenzo Boccolato, imprenditore incensurato, fa parte di un clan della camorra, implicato nel traffico di cocaina. All’imprenditore andranno 15mila euro. Ne aveva già ricevuti 30mila per una sentenza di condanna definitiva per diffamazione. Alla notizia, Salvini, criticato più volte da Saviano, esulta. “Chi insulta si prenda responsabilità”. Da che pulpito arriva la predica…

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