Io condivido, tu condividi…noi condividiamo…essi condividono

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Chi ha vissuto in prima persona o indirettamente, leggendone, ascoltando le cronache raccontate da padri e nonni, assimilando con interesse e attenzione i contenuti di un’ampia e puntuale narrazione cinematografica, si chiede con crescente preoccupazione se sia lecito e dunque tollerato manifestare in tutte le forme della comunicazione il tentativo di riesumare la tragedia del Ventennio fascista, per adattarlo al futuro che un partito della repubblica italiana, legittimato dalla nostra Costituzione libertaria, sembra deciso a includere nel suo progetto di destra razzista, xenofoba, antieruropea, dittatoriale. Come ha cantato Carosone non c’è bisogno della zingara per indovinare a chi si riferisce l’incipit di questa nota. Esempi di apologia del fascismo si sono moltiplicati nel tempo: saluto a braccia tese, slogan, comizi e sfondo di cartelli con l’immagine di Mussolini, parole d’ordine del regime, l’esplicito inneggiare al fascismo sui social. Tutto questo è parte della becera idiozia delle frange più rozze di soggetti portati alla violenza, alla prevaricazione del vivere civile, mentalmente degenerati per induzione di ispiratori che covano ben altri obiettivi. L’Italia repubblicana e antifascista non è nuova a questi conati di nostalgia interessata a mettere le mani sul potere e ha dovuto sventare più di un tentativo di colpi di Stato. Sorprende che non ne abbia tratto la ferma convinzione di applicare le leggi, e non mancano, per stroncare sul nascere pericolosi rigurgiti. L’inerzia del sistema giustizia ha finito per peccare di complicità, in uno con la “disattenzione” delle forze democratiche, sporadicamente attente al diffondersi di focolai della destra razzista. Se ne sono giovati gruppi prima disorganizzati, poi in forma di partiti che in ogni loro manifestazione non hanno mai nascosto di essere apologi del fascismo. Con pericolosa estensione territoriale si sono moltiplicati gli episodi di stupro della democrazia: attentati a migranti, insulti da querela sui social, intimidazioni, uccisioni e ferimenti, l’ultimo in danno di un giornalista e scrittore antifascista. Con questo supporto in continua crescita ha buon gioco la Lega di Salvini “ce l’ho duro”, altrimenti detto “il piccolo Orbàn”. Con atti d’imperio conditi da esternazioni tratte dal glossario del duce, il ministro dell’interno fa la voce grossa e non nasconde l’ambizione di aggregare quote dell’ormai evanescente centro destra, dell’ala più retriva dei 5Stelle e perfino di pezzi, anche se marginali, del Pd che condividono la richiesta di un uomo forte. I cinquestellati sono palesemente impreparati ad assorbire la forza d’urto della Lega e per non soccombere finiscono per emarginarsi come secondo polo del potere, costretti a condividere il peggio della salvineide. Mandano giù la disumanità dei “noi con Salvini”, cinicamente indifferente alle morti nel Mediterraneo, fingono di ignorare il disegno della nascita di un clan europeo dei Paesi a guida della destra, ingoiano la scorrettezza di tenere a galla Foa presidente della Rai bocciato dalla commissione di vigilanza, glissano sull’assunzione nello staff di Salvini del figlio di Foa, spazzano via dalla cronaca politica il caso del sostegno elettorale ricevuto dal loro partner di governo dalla ’ndrangheta calabrese e con atteggiamento pilatesco condividono con la Lega l’affermazione che in Italia il razzismo non esiste.

Per combattere razzismo e neofascismo la magistratura dispone di leggi e dell’autorevolezza per intervenire, ma non lo fa. Capire se è per indolenza, sovraccarico di lavoro, o patologica tolleranza è decisivo. Ne fosse causa la sottovalutazione del fenomeno, o peggio la negligenza, è da stabilire con urgenza, come priorità delle emergenze democratiche. I segnali di pericolo non mancano: Lega, Fratelli d’Italia, Casa Pound, Forza Nuova e quant’altro si agita con sempre maggiore spregiudicatezza nel magma (eterogeneo, ma fino a quando?) della destra per diventare regime e cancellare i fondamenti della democrazia, non aspetta che il persistere nel peccato di irresponsabile indolenza della magistratura e dei partiti fedeli alla Costituzione.

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