Se è colpa di Bossi perché Salvini lo ha ricandidato nel 2018?

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Il procuratore generale di Genova chiede di confermare la confisca alla Lega di 49 milioni dell’ipotizzata truffa in danno dello Stato e commenta che nei conti del Carroccio il caos è voluto per consentire quanto è accaduto. La Procura ha potuto recuperare solo tre milioni e chiede il sequestro delle somme che finiranno sui conti della Lega, in attesa della sentenza del Tribunale del riesame. La richiesta è motivata da ben altro rispetto alle spese voluttuarie di Bossi e figli e cioè dalla violazione delle leggi che regolano i rimborsi elettorali, contestate dalla condanna in primo grado del tribunale di Genova. Alla Camera e al Senato la Lega, così sentenzia la Procura ha presentato rendiconti falsi con innumerevoli irregolarità contabili. I bilanci erano firmati da Bossi che Salvini ha ricandidato a Pontida nel 2018 con i suoi fraterni ringraziamenti per aver ottenuto 75 milioni di euro per gli anni 2008, 2009 e 2010. Al rendiconto doveva essere allegato un giustificativo e sussisteva l’obbligo di tenere un libro giornale e inventari, di conservarli per cinque anni, di accompagnare ogni cosa con una relazione dei revisori dei conti per rendere trasparente l’attività dei partiti. Non è stato fatto. Il profitto degli illeciti, dicono i giudici è andato alla Lega per responsabilità di Bossi, e dei revisori dei conti Belsito, Aldovisi, Turci e Sanavio. In caso di condanna, che c’è stata, è prevista la confisca.   Genova apre una seconda inchiesta, interroga Aldovisi sulla gestione di Maroni e Salvini e indaga per riciclaggio. Se ne conosce l’avvio dopo la perquisizione della banca Sparkasse, a caccia del tesoro sparito. Ovvio, Salvini e chi lo sostiene, evocano il fantasma del complotto, antico e sperimentatissimo alibi per rivalersi sulla magistratura che fa il suo dovere.

E’ oramai mosca bianca chi non ha mai comprato qualcosa dal supergigante del commercio on line Amazon. Nel suo piccolo, forse non lo sa, ha contribuito a fare di Jeff Bezos il number one di Amazon e il più ricco della nostra era, il re Mida del terzo millennio, con un patrimonio stimato in qualcosa come 150 miliardi di dollari che non scriviamo per esteso con tutti gli zeri del caso per non sottrarre troppo spazio a questa nota. Secondo in classifica, ma distanziato è Bill Gates con 55 miliardi. Pochi sanno che l’arricchimento di Jeff Bezos sembra avere la macchia di scarsa fedeltà al ruolo di contribuente fiscale, ma chi non lo è a quel livello di opulenza?

Salvini a parte, che tornerebbe a uno sbrigativo liberarsi di chi non gli è amico con il ripristino della ghigliottina, anche Giggino, al secolo Di Maio, che si è inventato esperto di economia, non gradisce verità scomode. Per esempio quella di Boeri, presidente dell’INPS, che attribuisce al “decreto dignità” la potenziale responsabilità della perdita di ottomila posti. Dice che la stima non è scientifica e che la cifra di Boeri sarebbe dettata da ingerenze politiche. Di Maio, anche di più Salvini, lo “licenzierebbero” seduta stante. Se non l’hanno ancora fatto è perché la legge non lo consente.

Su altro fronte il “ce l’ho duro” leghista deve vedersela con la Corte dei Conti che richiama i rischi di una perdita del gettito fiscale se passasse l’assurdo della flat tax da lui proposta, un marchingegno che premia le grandi ricchezze e i redditi più alti con l’abolizione della progressività, ovvero del più sei ricco meno tasse paghi.

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