LA MAXI TANGENTE ENIMONT / SE CARLO SAMA COMINCIA A PARLARE

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Dalle sue ricche piantagioni in Paraguay, dopo un quarto di secolo racconta le sua verità sulla madre di tutte le tangenti, Enimont, Carlo Sama, che sposò una delle figlie, Alessandra, dell’ex imperatore del grano, Serafino Ferruzzi.

Una delle pagine più sconvolgenti di Tangentopoli, per la morte – “suicidio?” – di Raul Gardini, patròn del gruppo e marito di un’altra rampolla di casa Ferruzzi, Idina. La mattina stessa che avrebbe dovuto verbalizzare davanti al pm di ferro, Antonio Di Pietro, preferì spararsi una rivoltellata in testa.

Un po’ come fece il capo Eni Gabriele Cagliari, che scelse un sacchetto intorno alla testa piuttosto che affrontare la gogna giudiziaria.

Un paginone del Corriere della Sera griffato Stefano Lorenzetto, torna su quei buchi neri, su quelle vicende che ancora ammorbano la storia italiana e rappresentano un’autentica macchia nella giustizia (sic) di casa nostra.

Titolo del pezzo: “Io, mio cognato Gardini e il colpo di pistola 25 anni fa”.

Scrive Lorenzetto: “Il protagonista del processo Enimont, inchiodato dal pm Antonio Di Pietro per aver pagato ‘la madre di tutte le tangenti’ e riabilitato di recente dal tribunale di sorveglianza di Bologna, vive tra Montecarlo e il Sudamerica”. Beato lui.

Di Pietro al processo Enimont. In apertura Carlo Sama

Novello Hemingway, narra Sama: “Nel bosco mi sono costruito una casa di legno (progettino firmato Fuksas?, ndr) su un albero a 20 metri da terra, ma confesso che non ci ho ancora dormito… Ho paura dei giaguari: quelli si arrampicano”.

E quelli di Tangentopoli gli facevano il solletico?

Da una rimembranza all’altra. “Avevamo il monopolio mondiale del propilene. Ma bisognava investire centinaia di miliardi in ricerca. La Shell era pronta. Avremmo riportato a casa i pozzi petroliferi in Adriatico. E l’Edison. L’advisor dell’operazione era Romano Prodi, affiancato da Claudio Costamagna, attuale presidente della Cassa Depositi e Prestiti”. Arieccoli.

“Perchè a 60 anni Gardini si uccise?”, chiede Lorenzetto.

“Non certo per disonore: non aveva fatto nulla. Temeva di finire come Gabriele Cagliari. 134 giorni nel canile. Quando il presidente dell’Eni si suicidò in cella, Raul mi telefonò: ‘E’ morto da eroe’. Pensava solo a quello, all’arresto. Di Pietro lo teneva sulla graticola. Non si lavora una vita per finire in ginocchio da chi ti accusa”.

Nel libro “Corruzione ad Alta Velocità” firmato vent’anni fa da Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato, si parla ovviamente della maxi tangente Enimont e dei protagonisti dell’affaire.

Ecco un paio di stralci.

Il primo fa riferimento ad una sigla acchiappa lavori & tangenti, TPL, un vero e proprio scrigno. “In questo intreccio di mazzette resta centrale la figura di Francesco Pacini Battaglia, il quale avrebbe reso possibile la costituzione di fondi neri societari all’estero, nel tentativo di rendere invisibili i beneficiari di quel denaro. Tutto questo – lo ricordiamo – lo scopriranno i magistrati di Perugia”.

Ecco l’interrogativo clou: “Ma perchè, pur incappando, cinque anni prima, negli affari sporchi della Tpl, Antonio Di Pietro, e con lui Gherado Colombo, non erano riusciti a venire a capo di nulla? Eppure sempre nel 1993, interrogato dai magistrati del pool di Milano, il finanziere Sergio Cragnotti, all’epoca amministratore delegato di Enimont e buon amico di Raul Gardini, aveva raccontato di aver ricevuto dalla Tpl 5 miliardi di lire, soldi poi bonificati da Pacini Battaglia. 2 miliardi – aveva riferito Cragnotti – li aveva tenuti per sé, 2 erano finiti a Gardini e l’ultimo a Necci (allora presidente dell’Enimont) e Pacini Battaglia”.

Passiamo al secondo stralcio con le parole di Imposimato, un vero e propro j’accuse: “Sono andato a rileggere l’elenco dei nomi dei principali imputati del processo Enimont: non nascondo che un brivido mi ha attraversato la schiena. Alcuni di quegli imputati come Gabriele Cagliari furono letteralmente torturati psicologicamente e tenuti in carcere fino alla morte. Per sucidio. Altri, come Raul Gardini, furono minacciati senza pietà di arresto fino alla morte. Per suicido. Altri ancora – è il caso di Cragnotti e Pacini Battaglia – il carcere lo hanno visto appena (il primo) o, almeno a Milano, non l’hanno mai visto (il secondo)”.

E’ la giustizia, bellezze.

E non ha caso mai da aggiungere qualcosa di più corposo, da Montecarlo a dalla capannuccia in Paraguay, l’altro uomo (oltre Francesco Pacini Battaglia) di tutti i segreti Enimont, Carlo Sama?

 

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