Pazienza, preziosa, lungimirante virtù

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Il dito dell’arcigna prof scorre con l’indice l’elenco degli studenti, sul viso è stampato il ghigno satanico del sadismo che le concede l’autorità della cattedra. Gli impreparati si fanno scudo con il compagno del banco davanti, Rossi, secchione spavaldo, tifa per essere interrogato e sfoggiare erudizione. Nel ricordo di quei minuti di panico faccio scorrere il dito sulle pagine del calendario. Si ferma su Pancrazio martire. Lo eleggo santo della pazienza. E pazienza suggeriscono i saggi, attesa ottimista perché l’incompatibilità Lega-5Stelle scoppi con catastrofica deflagrazione, perché l’ibrido del loro contratto si sfaldi e sancisca il decesso dell’assurdo governo bipolare. I prodromi dell’evento non mancano. Uno a uno si spezzano gli anelli della fragile catena di finte condivisioni che hanno indotto il Movimento del comico genovese alla promiscuità con il peggio della destra italiana. Il rapporto con evidenti antitesi di partenza assume caratteri di reciproco nervosismo. Se ne giova la tracotanza invadente di Salvini, che accumula rilevanza decisionista azionando la leva della domanda di sicurezza del Paese, estraendo dal subconscio degli italiani razzismo, xenofobia e omofobia latenti. I pentastellati finiscono in trappola. Come condividere la disumanità dell’alleato che condanna a morte i migranti, la pericolosa intenzione anti europea di guidare un sodalizio politico con Orbàn e gli omologhi della Comunità per far sterzare a destra il mondo, in combutta con Trump, Putin. Erdogan, Le Pen. Come tollerare il disprezzo per la magistratura che compie il suo dovere con l’indagine sui 49 milioni truffati allo Stato dalla Lega e spariti; come convivere con ignoranza della Costituzione che spinge Salvini a chiedere l’impossibile solidarietà del presidente della Repubblica: i 5Stelle non ci stanno, ed è un altro conflitto interno alla sempre più labile alleanza con Salvini.

Sono inevitabili i litigi, gli aperti contrasti sui temi dell’economia, del lavoro, della solidarietà, dei migranti, della giustizia, della moralità. I 5Stelle, consapevoli dell’abbraccio letale a Salvini, ingaggiano con la Lega una partita con iniziative di palese ambiguità, a segnalare inadeguatezza e fragilità.

Un colpo al cerchio, uno alla botte. Cavalcano l’intolleranza in emulazione con il “ce l’ho duro” e contemporaneamente lo contrastano a muso duro. Al no di Fico sulla chiusura dei porti italiani agli sbarchi dei migranti, si contrappone, fra tante, l’incredibile pollice verso di Crimi, sottosegretario grillino all’editoria, al finanziamento pubblico dei giornali. Con garbo signorile il direttore di “La Repubblica” rinfresca la mente dell’ignorante grillino (ignorante in materia). Si dice sorpreso che il titolare di un alto incarico di settore ignori l’avvenuta abrogazione della legge che prevedeva aiuti finanziari ai quotidiani. Gli raccomanda poi di intervenire su chi, nell’universo dei media continua a ricevere soldi: “Fondazioni e cooperative di giornalisti (questi sono aiuti legittimi), parroci e finte testate di partito (soldi illecitamente erogati). Di più: Crimi propone di eliminare l’obbligo di pubblicare sui quotidiani sentenze dei tribunali, avvisi di appalti e gare che rendono visibile il destino dei fondi assegnati. Verrebbe cancellato il criterio della trasparenza. In tema di scontri inter ex-pares, Di Maio si schiera contro Salvini che evoca i fantasmi del complottismo e insulta la magistratura attribuendole la faziosità di un processo politico se chiede conto di 49 milioni di euro pubblici spariti nelle casse della Lega e chissà dove altro. Guerra aperta anche sull’intenzione del leghista val padano di destituire Boeri dalla presidenza dell’Inps.

Sono in parità le reciproche, mancate promesse pre elettorali: reddito di cittadinanza e flat tax sono pallidi ricordi di temi fondanti dell’alleanza 5Stelle-Lega. Per finire. L’ammonizione ad entrambi sul pericolo che la ghigliottina che incombe sui contratti di lavoro a termine farebbe impennare la già drammatica cifra della disoccupazione. Anche questa è l’Italia del 2018.

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