Di…sonestà, di…sonestà

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Si fa insistente nei circoli culturali del Paese la voce sulla nuova edizione del giustamente famoso dizionario dei maestri della lingua italiana Devoto & Oli. Nella riedizione ci sarebbe un omissis, ovvero l’assenza della parola “onestà”. La dolorosa ghigliottina avrebbe origine dall’amara constatazione che di onestà in Italia ne circola poca o niente. Inutili i distinguo: alla spartizione di tangenti, all’occultamento di capitali e a numerose varianti della corruzione, partecipa a trecentosessanta gradi l’arco intero dei partiti. Ne sono consapevoli gli elettori che infilano nelle urne il voto con la x sul Movimento 5Stelle perché hanno creduto alla propaganda dell’“abbiamo le mani pulite, tutti gli altri no” e in piazza hanno invocato “onestà, onestà”? Appena messe le mani sulle leve del potere si sono rapidamente adeguati all’andazzo generale e il caso dello Stadio di Roma non sta da solo a dimostrarlo. La cronaca coglie i partiti di maggioranza e opposizione con le dita nella marmellata di corpose tangenti. Nessuna meraviglia se lo scandalo coinvolge anche il Pd. Nel recente passato gli episodi di corruzione con risvolti giudiziari non sono certo mancati e tra le ragioni del recente smacco elettorale c’è in parte anche la disistima per comportamenti illeciti. Interessano meno le disavventure leghiste in materia, da Bossi a Salvini (200mila euro da Parnasi, per lo stadio di Tor di Valle): sono episodi intrinsechi, organici al sistema. Parnasi avrebbe finanziato anche la campagna elettorale di Sala a Milano con 50mla euro.

Lo sdegno è figlio dell’idea tradita della “sinistra con le mani pulite”, probabilmente arrivata al capolinea con il dopo Berlinguer. Prima di lui l’etica del partito comunista era rigorosa al punto da deferire un candidato che avesse osato farsi propaganda con materiale cartaceo del tipo “Vota per…”. Lo stipendio dei funzionari era equiparato a quello di un operaio metalmeccanico e la gestione amministrativa del partito era spartana, attenta alla lira. Il “Fatto quotidiano”, che non spreca un’occasione per la captatio benevolentiae dei suoi lettori, pubblica un’investigazione sulla morosità di iscritti eccellenti, in arretrato con il pagamento delle tessere di appartenenza al partito. Racconta che sono sessanta i decreti ingiuntivi per altrettanti inadempienti. L’ex magistrato ed ex presidente del Senato Grasso deve al Pd oltre ottantamila euro (cinque anni senza versare un euro). L’alibi per discolparsi racconta di difficoltà economiche, ma è smentito dal versamento di 30mila euro al suo nuovo partito Liberi e Uguali. Ora deve rispondere a un’ingiunzione del tribunale ed è in buona compagnia. Altri “onorevoli” (a proposito quando abbandoneranno questo tiolo usurpato?) hanno finto di dimenticare il pagamento delle quote. Lo statuto dei dem prevede il versamento al partito di 1.500 euro al mese di chiunque sia eletto. Il Pd si è rivolto al tribunale (l’avreste mai immaginato trent’anni fa?) che ha emesso altrettanti provvedimenti esecutivi a carico, tra gli altri, di Marco Meloni, Guglielmo Vaccaro, Giovanni Palma, Vincenzo Cuomo, Giovanni Flacone, per cifre che variamo da diecimila a 50mila euro di arretrati. Analoga azione dovrebbe toccare Grasso che sollecitato dal tesoriere del Pd ebbe a giustificarsi sostenendo che non gli sembra opportuno che il presidente del Senato sostenga con soldi pubblici l’attività di un partito. Domanda: ma quelli dei deputati non sono ugualmente pubblici? E poi, per quale discriminante Grasso ha versato 30mila euro a Leu? L’evasione dem è un torrente in piena. Sono infatti diversi i parlamentari che hanno cambiato casacca e hanno trasferito parte dei guadagni al nuovo partito (Mdp e Leu): 11mila euro l’ex senatore Davide Zoggia (ne doveva 12mila al Nazareno), Elisa Simoni 50mila (6mila a Leu), Nico Stumpo, 6mila (ha dato il triplo a Leu). Roberto Speranza, dissidente Pd, ha un debito di 7mila,5 euro (ha versato il doppio a Leu. Eleonora Cimbro deve 9mila euro al Pd, (14mila versati a Liberi e uguali). Quanto è successo indigna particolarmente i 174 dipendenti del Pd in cassa integrazione e senza prospettive per il futuro.

In ballo possibili cambi di direttori e dirigenti Rai (Salvini ha sparato a zero sui Tg). Fico, voce anomala dei 5Stelle, teme che come sempre la politica metta le mani sulle nomine dei vertici. “Ne resti fuori” ammonisce, ma chi lo ascolterà?

Due big della politica sorprendono distanziandosi dalla prassi consolidata del “sedere avvitato alle poltrone del potere istituzionale”. Lasciano l’ex ministro degli interni Alfano, quasi in silenzio e il leghista Roberto Maroni, probabilmente in contestazione con Salvini. Meritano elogi. A proposito di Salvini, esemplare il rifiuto di Macron di dialogare con lui. “Con il vice di Conte non parlo, Il mio unico interlocutore è il premier”. Conte? Ma avete notato che non apre bocca senza leggere gli appunti che gli hanno preparato? Prima di lui Gentiloni e soprattutto Renzi (a volte per due ore di fila), hanno affrontato i microfoni senza una parola scritta a cui attingere.

La retromarcia cinquestelle sulla mozione per intitolare una strada di Roma al leader neofascista Almirante: “Pensavo di fermare un’altra mozione”, “Non avevo capito, non so chi era Almirante”. Gesù, Gesù, in mano a chi stiamo…

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