TRATTATIVA LEGA 5 STELLE / DALLA TAV ALLE PEDEMONTANE, ECCO I CANTIERI BOLLENTI

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Nodo infrastrutture, uno dei più complessi da sciogliere sul tavolo della estenuante “Trattativa” fra Lega e 5 Stelle. La pensano in modo diametralmente opposto su tutte, dall’Alta velocità alle Pedemontane passando per il Terzo Valico. Scelgono con i bussolotti? Dimezzano i chilometri? Chiudono i cantieri a metà? Vediamo di fare il punto, tra colossali sperperi e giganteschi scempi ambientali.

Tutte giocate al nord le grandi partite a botte di colate d’asfalto. Partiamo da due creature per molti versi ancora “misteriose”, le due Pedemontane, quella Lombarda e quella Veneta.

PER LA REGIA DI ANTONIO DI PIETRO

A partorire l’idea fu, 11 anni fa, il fondatore-affondatore di Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, all’epoca ministro delle Infrastrutture nel governo Prodi. E proprio questo è stato il motivo che ha indotto l’ex numero uno della giunta lombarda, Roberto Maroni, a nominarlo presidente della Pedemontana Lombarda a fine 2015. “E’ stato Di Pietro a vederla nascere – proclamò Maroni – per questo è l’uomo adatto per portarla avanti e concluderla”. Si è visto.

Antonio Di Pietro e Roberto Maroni. In apertura Salvini e Di Maio. Sullo sfondo la Pedemontana

Un percorso non poco traumatico, quello della tratta autostradale più cara d’Europa e, con ogni probabilità, del mondo: 58 milioni di euro a chilometro per collegare Varese e Bergamo. E anche la più lenta, visto che in dieci anni ne sono stati realizzati appena 20 sui 70 previsti.

Tutti pensavano che la bacchetta magica di don Tonino avrebbe impresso lo scatto finale. E invece il buio più nero. Con un concreto rischio crac.

Vediamo cosa è successo nell’ultimo triennio, con l’ascesa al trono di sua Maestà Di Pietro, che ha sempre avuto un pallino per le autostrade e, soprattutto, per l’Anas, sbocciato quando era titolare delle Infrastrutture. All’epoca la Voce realizzò non poche inchieste sull’allegra gestione del carrozzone pubblico, ora entrato nell’orbita delle Ferrovie, un boccone da 10 mila miliardi di euro: gestione improntata al vecchio stile Dc, quella del vertice Pietro Ciucci, appalti e subappalti a go go, zero controlli, consulenze d’oro, baciate dalla fortuna le solite imprese amiche.

A fine 2015 Di Pietro diventa presidente di Pedemonana Lombarda. Altro motvio forte della nomina – secondo gli addetti ai lavori – era quello di dare una verniciata di legalità alla gestione, e soprattutto di parare i possibili strali delle inchieste giudiziarie. Fra le altre, ad esempio, viaggiava una pesante indagine sui conti, con l’accusa di falso in bilancio. Puntati i riflettori della procura di Milano, con i pm Paolo Filippini, Giovanni Polizzi e Roberto Pellicano impegnati a districarsi tra rendiconti & debiti.

Viene nominato un consulente tecnico d’ufficio, Roberto Pireddu, che fa la conta del “rosso” ed effettua una impietosa radiografia. Ogni anno, in modo particolare a partire dal 2012, passivi crescenti, che non si arrestano con l’arrivo del Mago dei lavori pubblici, facendo segnare un bilancio in passivo anche nei primi 6 mesi del 2016. “Non è prevedibile una rivitalizzazione dei conti societari – mette nero su bianco Pireddu – non è ragionevole prevedere che lo stato di insolvenza possa recedere”. E preconizza un drammatico scenario: “L’eventuale sperpero di danaro di pubblica provenienza può risultare penalmente rilevante”.

QUEL CRAC MIRACOLOSAMENTE EVITATO 

La situazione precipita. A gennaio 2017 Di Pietro passa il testimone a un ex colonnello della guardia di finanza, Federico Maurizio D’Andrea, che aveva lavorato per molti anni a fianco di Francesco Saverio Borrelli e Gherardo Colombo, il procuratore capo e il collega di Tonino ai tempi del magico pool milanese.

Le cose non migliorano. I pm della procura di Milano chiedono il crac, che verrà evitato solo in extremis. L’udienza presso la sezione fallimentare fissata per l’11 settembre 2017, infatti, viene rinviata di alcune settimane, giusto il tempo perchè l’ultimo “prestito ponte” garantito da un pool di 5 banche per 200 milioni e non restituito nei tempi previsti, possa per incanto trasformarsi in un ultracomodo mutuo con scadenza – udite udite – fissata per il 2034! Quando ad un qualunque  cittadino e ad una piccola impresa viene stretto il cappio al collo per modiche cifre…

Grande artefice politico del salvataggio il governatore Maroni, fermamente convinto che la Pedemontana vada rilanciata. Al contrario dei grillini e di tante sigle ambientaliate, che hanno sempre sottolineato non solo i giganteschi sperperi, ma anche il fatto che i conti non torneranno mai, perchè i flussi di traffico previsti sono risibili.

Evitato il pericoloso crac che avrebbe portato ad un’inchiesta penale nei confronti degli ultimi amministratori, a gennaio 2018 si dimette D’Andrea e viene rescisso il contratto con il colosso austriaco Strabag, concessionario dei lavori. A questo punto dovrà essere stipulato, entro inizio 2019, un nuovo accordo, attraverso una gara pubblica europea. E nel frattempo? Mesi di attesa e milioni (almeno 1 miliardo e mezzo è necessario per il completamento) che volano via?

Luca Zaia

Ma la Lega tira dritto e non vuol sentir ragioni: quella opera mangiamilioni e del tutto inutile per gli stessi lombardi s’ha da completare.

Così come succede per la consorella Pedemontana Veneta, identico lo start nel 2007, 95 i chilometri di percorso, 2 miliardi 220 milioni il costo previsto all’inizio. E inevitabilmente lievitato a dismisura, tanto da suscitare, negli ultimi mesi, l’attenzione dell’Autorità nazionale anticorruzione.

Racconta un funzionario di SIS, la concessionaria per i lavori: “Già mesi fa i 5 Stelle hanno sollecitato l’Anac ad intervenire, presentando un esposto. Denunciavano i costi crescenti, i rischi per l’erario pubblico, i tempi lunghi e la concreta probabilità che anche una volta ultimata l’arteria potesse contare su una scarsa domanda da parte dell’utenza”.

Lo stesso interrogativo che si è posto e si pone per la Pedemontana Lombarda: investimenti stratosferici, impatti ambientali da novanta per metter su infrastrutture che ai cittadini non servono o servono a ben poco. Quando ci sarebbero mari di interventi di manutenzione da effettuare per migliorare e potenziare l’esistente.

Nel caso della Pedemonana Veneta, fortissimamente voluta dall’eterno governatore Luca Zaia, è stato fino ad oggi speso il 70 per cento dell’ammontare previsto a fronte di uno stato di avanzamento delle opere pari ad appena il 20 per cento. Un rapporto del tutto squilibrato, tale da suscitare appunto la curiosità dell’Anac di Raffaele Cantone.

Ma c’è anche la Corte dei Conti che ha puntato i riflettori, proprio su quella macroscopica sproporzione. Cosa succederà?

Non cambia il copione con il Terzo Valico, che vede la Corte dei Conti anche stavolta in prima fila. Da poco annunciato, infatti, l’ennesimo ritardo, come viene segnalato dalle stesse Fs: “La data del completamento slitta a fine 2022, inizio 2023. A seconda dei tempi di registrazione da parte della Corte dei Conti della delibera di approvazione dei lavori per il quinto e sesto lotto autorizzati dal Cipe il 22 dicembre 2017”. Sono le parole pronunciate dal commissario straordinario per il Terzo Valico, Iolanda Romano.

CORRUZIONE AD ALTA VELOCITA’

Siamo entrati nell’orbita dei lavori per la TAV, visto che il Terzo Valico riguarda la tratta Genova-Milano ad alta velocità. La cui importanza è stata ribadita dal governatore ligure Giovanni Toti, il forzista più legato al Carroccio, insieme a quelli per la cosiddetta “Gronda”, vale a dire il raddoppio della tratta autostradale del Ponente di Genova. “La Gronda – sottolinea Toti – è finanziata totalmente con il prolungamento delle concessioni autostradali, mentre il Terzo Valico ha ottenuto i fondi con l’ultima delibera del Cipe”.

Laura Castelli

Del tutto contrari – almeno fino a qualche giorno fa – i grillini liguri e nazionali, che puntano anche in questo caso l’indice contro sperperi e impatti ambientali.

Stesso copione, of course, per la Torino-Lione: Lega compatta per il Sì, 5 Stelle superschierati per il No, con la pasionaria grillina Laura Castelli tra le più assidue nel frequentare i comitati anti Tav.

Cosa ne uscirà? Quale accordo mai potrà saltar fuori fra le truppe del Carroccio e quelle pentastellate? Serviranno la piattaforma Rousseau e i gazebo a sciogliere il dilemma?

Vale comunque ricordare che gli appalti TAV, ormai in vita da un quarto di secolo, rappresentano il più colossale sperpero italiano di sempre. Start a 27 mila miliardi di vecchie lire ad inizio ’90, poi la cifra lievita a 150 mila a fine anni ’90 e oggi raggiunge vette ormai incalcolabili.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino intuirono subito come la Tav, fin dall’inizio, potesse essere e ancor più diventare la Madre di tutte le corruzioni e tutti i riciclaggi, garantendo a faccendieri e mafie (attraverso le imprese di riferimento) miliardi a vagonate: con ogni probabilità la vera pista, quella Tav, per capire i motivi di Capaci e via D’Amelio.

Altri riflettori accesi, nel 1999, da Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato, nel profetico volume “Corruzione ad Alta Velocità”.

Chi invece stranamente chiuse gli occhi su quel gigantesco affaire fu Antonio Di Pietro, come è stato minuziosamente documentato da Imposimato e Provvisionato. Che focalizzarono la loro attenzione soprattutto sull’anomalo comportamento del numero uno dell’allora pool di Milano per le indagini nei confronti di Francesco Pacini Battaglia, “l’uomo a un passo da Dio” secondo il super pm, l’uomo che non conosceva solo i grandi misteri dei fondi Enimont, ma anche quelli targati Alta Velocità.

Come mai il sempre inflessibile Di Pietro in quella occasione mostrò un cuore di panna? Servirono forse a persuaderlo le ragioni del legale di Pacini Battaglia, ovvero l’avvocato Giuseppe Lucibello, il grande amico di Tonino? Ma questo, come tanti altri comportamenti “anomali” del pm, vennero ritenuti sì censurabili sotto il profilo etico, deontologico, professionale nell’inchiesta bresciana a suo carico: ma classificati come “non penalmente rilevanti”…

 

 

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