Una data, tre questioni aperte

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E’ il 13 di Maggio di un anno infausto per il Paese. Sui “cittadini”, come i 5Stelle hanno per primi definito gli italiani con un termine poi adottato a destra e sinistra, su questo nostro popolo derelitto pende lo sciabolone damocleo del sodalizio tra un giovanotto incompetente, ignorantello e un rozzo figlio della Padania che assume in sé i seguenti pregi: razzista, omofobo, antieuropeo, destrorso. A questi due “cittadini” di serie C è affidato il futuro dell’Italia, che con errori ed omissioni il centrosinistra ha tirato via dall’orlo del burrone crisi. I due compari, che la ragione dovrebbe intervenire all’atto di un matrimonio spurio e interrompere la cerimonia, hanno già penalizzato l’Italia con 70 giorni di black out e nella fase finale di un confronto-scontro da teatro delle marionette, hanno osato chiedere un rinvio dopo l’altro al presidente della Repubblica. Questi, a un osservatore terzo, è apparso tollerante oltre il lecito. Dopo le reiterate richieste di posporre la nascita del nuovo governo, Mattarella avrebbe potuto e dovuto imporre il limite massimo di un ultimo giorno di attesa.

Nel frattempo, i media hanno sfiorato il parossismo di notizie sempre uguali e prive di succo. “Stanno contrattando, definendo il programma, la trattativa procede”. In chiaro vuol dire che i due impresentabili soci di un affare che attenta alla democrazia dell’Italia, sudano sette camicie per mettere insieme gli ingredienti incompatibili di un piatto che comunque sarà indigesto. Per citare un comma del pastrocchio che vanno combinando, Di Maio deve ingoiare il rospo (ma poi è davvero un boccone amaro?) dell’ignobile rimaneggiamento del sistema fiscale che a giudicare dalle indiscrezioni, contribuirà allo scandalo di ricchi più ricchi, grazie alla ghigliottina che calerà solo sui loro redditi. Sull’altro fronte Di Maio può scegliere. O rinuncia al tormentone elettorale del reddito di cittadinanza, ovvero al suicidio finanziario, o lo ridimensiona con un minimo aggiustamento alla soluzione del centro sinistra per il sostegno agli indigenti.

Il 13 di maggio del 2018 è anche il giorno dell’euforia della combriccola che vegeta all’ombra di Berlusconi, il quale, riammesso alla candidatura parlamentare, “convincendo” un senatore eletto con Forza Italia con adeguata ricompensa, potrebbe tornare a Palazzo Madama, nonostante le condanne e i processi in corso. L’attributo infamante di pregiudicato comunque non glielo toglie nessuno. Otto le condanne di primo grado, concluse con un nulla di fatto solo con amnistia e prescrizioni. Definitiva la condanna per frode fiscale che gli ha sporcato la fedina penale. Consola l’idea della rabbia di Silvio accumulata in questo pre-governo, perché trattato come un garzone di bottega da negozianti Salvini-Di Maio. L’ira è tanta e l’ex cavaliere potrebbe vendicarsi boicottandoli per esaurire in un amen la vita del nuovo esecutivo. Certo, che tristezza, dover contare sulla vendetta di un pregiudicato, ma non c’è all’orizzonte un’alternativa. Rimettere insieme i cocci della sinistra sarà impresa ardua e di lungo periodo.

Il 13 maggio è anche il giorno per riconoscere alle donne madri l’importanza del loro ruolo sociale. Sulla festa della mamma c’è però l’ombra tetra del femminicidio, del mancato riconoscimento della parità di diritti nel rapporto con i partner e nel mondo del lavoro, di molestie e abusi sessuali di cui sono anche le mamme sono vittime. Allora fiori e doni va bene, ma molto di più: questa giornata deve essere occasione di impegno, per una rivoluzione culturale che riconosca alle donne quanto loro è negato.

Il 13 maggio di quarant’anni fa l’Italia provò a cancellare il turpe vulnus dei manicomi, luoghi di negazione della dignità di soggetti con disturbi mentali, lager su cui ha governato una genia malefica di baroni della psichiatria, ghetti dove la pratica di violenze disumane è stata consentita e avallata. La legge che ha chiuso questi  luoghi dell’orrore si deve a Basaglia e a quanti hanno creduto nella sua opera di umanizzazione della salute mentale. Purtroppo il Paese non ha risposto come necessario alla sua rivoluzione scientifica e culturale, il territorio, con qualche lodevole eccezione, non ha pianificato l’accoglienza del disagio mentale nel sociale. Ancora oggi nei centri di assistenza sono di casa i letti di contenzione, l’abuso di farmaci debilitanti e altre violenze.

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