ILARIA ALPI / 3 MILIONI AL SOMALO INNOCENTE. MA GIUDICI & DEPISTATORI NON PAGANO MAI 

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Sapete quanto spazio hanno dedicato i big della carta stampata al risarcimento record assegnato dalla procura di Perugia ad Hashi Omar Hassan, il somalo che si è fatto 17 di galera da innocente per l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin? 5 righe a pagina 17 il Corriere della Sera, 9 righe a pagina 19 la Repubblica.

Una vergogna che continua da anni, un silenzio che più assordante non si può, un saracinesca calata sulla tragica morte di due colleghi, vittime di un “omicidio di Stato”: o meglio, di Stati, visto che è ormai chiara la connection tra servizi segreti italiani e somali.

E vittime di un clamoroso depistaggio, come è arrivata a stabilire l’ultima sentenza di Perugia che ha scagionato Hashi e dettagliato i contorni di un depistaggio perfetto, messo in piedi da pezzi dello Stato, ben compresi i vertici della nostra Polizia che hanno ‘inventato’ a tavolino il teste d’accusa Ali Rage, alias Gelle, poi dandogli un lavoro per tre mesi a Roma, infine coprendone la fuga in Inghilterra: senza muovere un dito – of course – per ritrovarlo. C’è riuscita, senza troppi intoppi, la giornalista di Chi l’ha visto Chiara Cazzaniga, che lo ha intervistato e si è fatta raccontare come si è realmente svolto quel depistaggio.

UNA SFILZA DI GIUDICI ADDORMENTATI

Ma partiamo dalle ultime notizie. Il tribunale di Perugia ha appena stabilito a favore di Hashi la cifra del risarcimento per “ingiusta detenzione”, 3 milioni 181mila euro. Una media di 500 euro al giorno per i 6.363 giorni che l’innocente somalo ha scontato (a quanto pare il doppio rispetto ai circa 250 euro previsti, perchè compresi i danni morali). Resta in piedi un interrogativo: chi restituirà quei 17 anni di vita a Hashi, entrato in galera da ragazzo e uscito con un’esistenza distrutta?

E sorge subito spontaneo un altro interrogativo. Perchè non sono chiamati a pagar dazio i magistrati (ben sette) che si sono avvicendati per risolvere (sic) il giallo non cavando un ragno dal buco, anzi in svariati casi contribuendo in modo concreto a depistare? E qualora non si fossero accorti di manovre tese a depistare, andrebbero interdetti dalle funzioni per manifesta incapacità.

Luciana Riccardi. In alto, Hashi Omar Hassan. Sullo sfondo Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

Del resto, è stata la mamma di Ilaria Alpi, Luciana Riccardi, a lanciare più volte accuse da novanta contro quelle toghe che non hanno mai cercato verità e giustizia, insabbiando tutto.

Una emblematica vicenda: quella del procuratore capo della procura di Roma Giuseppe Pignatone. Quando c’è stata l’ultima riapertura del fascicolo, Pignatone ha convocato Luciana Riccardi e, candido come un giglio, le ha domandato: “Mi dica, signora, chi vuole che le interroghi?”.

Un copione già scritto, la precisa non-volontà di riprendere le indagini e di far luce su quelle tragiche esecuzioni. Perfino dopo che la sentenza di Perugia aveva finalmente alzato il coperchio su misteri & cullusioni ai vertici più alti. Bastava solo seguire quelle tracce, dar seguito alla sentenza di Perugia, avere la volontà di cercare: invece niente, il silenzio più tombale. Tanto da far pensare che la procura di Roma sia ripiombata in quelle nebbie che l’hanno storicamente avvolta.

Dicevamo di inquirenti e giudici. Come mai nessuno paga il fio per le non-indagini? Per aver ostacolato il corso della giustizia? Non esiste una “responsabilità civile” per la quale gli italiani hanno votato in un preciso referendum? Ma quella responsabilità, in pratica, non esiste; o meglio resta solo sulla carta. Perchè a giudicare è la sezione disciplinare del Csm, composta, ovviamente, da toghe: e, si sa, toga non morde toga. Per cui la norma è rimasta lettera morta.

DOPO PITITTO, IL DILUVIO 

Giuseppe Pititto

Solo il primo inquirente, Giuseppe Pititto, aveva cercato realmente di indagare. Era entrato in contatto con la Digos di Udine, la quale aveva raccolto una mole di notizie bollenti. Lui, Pititto, aveva subito deciso di vederci chiaro e stava acquisendo elementi da non poco. Poi, ovviamente, il disco rosso: quel magistrato non deve più ficcare il naso tra certe faccende, bisogna sottrargli il caso. D’improvviso, infatti, diventò “ambientalmente incompatibile” con la procura di Roma: il solito strumento usato dal Csm per levarsi di torno quei pochi magistrati scomodi, quelle mosche bianche che vogliono fare sul serio il loro lavoro.

Pititto se ne va, passa in un tribunale tranquillo del centro Italia a lavorare tra scartoffie e furti di bestiame. Poi esce dalla magistratura, disgustato. E finisce in un cimitero degli elefanti, la partecipata della provincia di Roma Ater, che si occupa di gestione degli immobili pubblici. Alcuni anni fa ha scritto un libro di fanta-politica, “Il Grande Corruttore”: il caso di una giornalista che indaga su traffici internazionali di armi tra l’Italia e lo Yemen e scopre quelli organizzati dal ministro degli Interni. In controluce, naturalmente, il caso Alpi. Da mesi è stata annunciata una ri-edizione, ma non se ne hanno notizie: fa paura a qualcuno?

Gli anni trascorrono producendo il nulla, neanche topolini. Nel frattempo viene costruita a tavolino la gola profonda ‘Gelle‘, che verbalizza solo davanti alla polizia e al pm, ma non testimonierà mai in dibattimento. Incredibile ma vero, quella ricostruzione farlocca servirà a condannare Ashi a 17 anni. La storia fa il paio con quella per la strage di via D’Amelio e un pentito costruito anche allora a tavolino da polizia e inquirenti, Vincenzo Scarantino: e anche in quel caso 9 innocenti sconteranno 16 anni di galera. E come allora – almeno fino ad oggi – i responsabili del depistaggio non sono neanche stati sfiorati dall’ombra di una indagine!

Giuseppe Pignatone

Torniamo di nuovo ai giorni nostri. Il 17 aprile il gip del tribunale di Roma dovrà pronunciare la parola definitiva sulla richiesta di archiviazione del pm Elisabetta Cennicola, controfirmata dal procuratore capo Pignatore. Tanto più incredibile, quella richiesta, proprio perchè è arrivata alla luce della sentenza di Perugia che denuncia i depistaggi. E proprio per questo i legali di Luciana Riccardi hanno chiesto lo spostamento del processo a Perugia.

All’udienza del 17 aprile assisterà anche Omar Hashi. “Non posso dimenticare quei 17 anni di carcere – osserva – e il 17 aprile sarò a Roma davanti al tribunale. Anch’io voglio la verità come la madre di Ilaria”. Dal canto suo il somalo dopo vent’anni ha potuto incontrare sua madre, che vive in Svezia.

UN AVVOCATO PER TUTTE LE STRAGI

Parlavamo dei quotidiani di casa nostra e del loro silenzio assordante. E mamma Rai, dove Ilaria e Miran lavoravano e per la quale hanno dato la vita, che fa? Sit in di qualche ora a parte, poi un radunetto sotto il cavallo Rai, per il resto zero assoluto.

Anche la Rai si è costituita parte civile nel processo. E sapete a quale principe del foro si sono affidati? Ad Alfonso Stile. Che intervistato dalla Voce all’indomani della sentenza di Perugia sull’innocenza di Hashi, così rispose alla domanda se finalmente si riaprivano speranze di giustizia: “Sarei molto cauto – dichiarò il 22 gennaio 2017 – una cosa è l’assoluzione di Hashi, un’altra cosa è risolvere il caso. Una cosa è parlare di depistaggi, un’altra trovare i responsabili del duplice omicidio”.

Ci sarà una nuova inchiesta fatta sul serio? “Sa, sono passati 23 anni…”.

Alfonso Stile

Esperto di stragi, Alfonso Stile. Al processo per la strage del sangue infetto in corso da due anni a Napoli, difende ex dirigenti e funzionari del gruppo Marcucci, accusati di non aver effettuato i dovuti controlli su sangue e derivati immessi in commercio fino al 1991 che hanno causato migliaia di vittime (ma solo 9 parti civili sono oggi presenti al processo partenopeo).

Non basta: Stile difende anche l’ex numero uno di Rete Ferroviaria Italiana Michele Elia, condannato in primo grado (come Mauro Moretti) per la strage di Viareggio nella quale bruciarono vivi 33 innocenti.

Sono sempre gli innocenti a pagare. E lorsignori a farla franca.

 

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