Vengo anch’io. No, tu no. Ovvero il default delle alleanze

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Avremmo tanta voglia di piangere che finiamo per ridere, di un riso sconsolato, l’opposto di liberatorio. Che accidenti di Paese siamo lo descrive il caos per nulla calmo (Nanni Moretti ha raccontato storie diverse con il suo film d’autore) in cui si agita la partitocrazia italiana (sì in toto, perché i cinquestelle si sono rapidamente omologati al sistema politico corrente e sono un partito). Succede che il 5 di Marzo, tra i competitori in lizza, ha la meglio il populismo grillino; che la somma virtuale di pezzi sparsi della destra sia la più ricca di voti e infine che la sinistra, o meglio i cocci di quel che fu, si sgretolano come case e chiese delle aree terremotate edificate da criminali dell’edilizia con cemento di scarto e sabbia.

In un luogo normale della Terra avremmo già un nuovo governo, ma l’Italia è l’Italia, nel bene e nel male. L’unica posizione trasparente, inequivocabile è del Pd. Dimissioni di Renzi, stop incoercibile a ogni invito all’ipocrisia del “volemose bene” avanzato da soggetti politici che fino al 5 marzo hanno fatto man bassa di insulti contro il centrosinistra e in via diretta contro il Pd. In veste di funambolico predatore, l’impresentabile Salvini getta l’amo nel mare tumultuoso dei dem e l’esca è insidiosa. “Governiamo insieme” è la proposta indecente. Pur nella nebulosità in cui arranca, testimoni le recenti adesioni di Casini e Calenda, personaggi di sinistra solo se fossero mancini, i democratici, secondo la provocazione leghista, dovrebbero convertirsi agli ignobili caposaldi degli ultras di Pontida: razzismo, anti europeismo, omofobia, secessionismo. Su questo primo atto di una commedia tragicomica sembra calato il sipario, per fortuna in fretta.

Il divertimento, si fa per dire, è assicurato dall’ esito della sfida, che non prevede feriti, in programma all’ombra del classico convento delle carmelitane scalze, dove Salvini e Berlusconi faranno fuoco l’uno contro l’altro al via del giudice di gara.

In campo scende il direttorio pentastellato. “Dovete fare i conti con noi”, dice sprezzante Di Maio, “Siamo pronti a governare con chi condivide il nostro programma”. Domanda: “Anche con lo sgradevole Salvini?” Un sì esplicito non c’è, ma neppure un no di netta chiusura. Fin qui è il ragionare sul dopo 5 Marzo e sembrerebbe coerente con la logica e le poche cose chiare per immaginare il futuro prossimo dell’Italia istituzionale.

La consapevolezza che il caos per nulla calmo possa confermarsi induce a riflessioni diverse. Potrebbero toccarsi gli estremi cinquestelle-lega e non sono da escludere neppure sante alleanze del tipo “tutti sopra una grande zattera che traghetti il voto nei porti di Montecitorio e Palazzo Madama”.

Non è inverosimile la sventura del bis elettorale. Il periodo di transizione, fossimo un Paese normale, dovrebbe utilizzare i classici nove mesi di gestazione per formulare le regole di una nuova legge, in grado di garantire la governabilità. Utopia: figurarsi, decenni di liti strumentali hanno partorito il pasticciaccio con cui siamo andati alle urne turandoci il naso. Gentiloni bis, governo per traghettare? Con quale autorevolezza, sostenuto da chi, motivato da che?

Chissà, come accade negli sport ricchi e prestigiosi che puntano a massimi traguardi con l’innesto di super atleti del mondo nelle rispettive squadre, così potrebbe orientarsi la Presidenza della Repubblica, se ne fosse istituzionalmente autorizzata: dopo attenta verifica di efficienza e di qualità sperimentate, potrebbe importare in toto il consiglio dei ministri di Paesi a democrazia avanzata e del buon governo.

Come promesso, lo scoramento per l’involuzione della politica italiana (merito della satira), si trasforma in surrealismo e le lacrime sono asciugate dai mezzi sorrisi indotti da una proposta platealmente utopica quanto suggestiva.

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