VOCE CONTRO ZINNI, L’AMICA DI DI PIETRO / SPARISCE IL FASCICOLO PROCESSUALE

Condividi questo articolo

Quando un intero fascicolo processuale sparisce. Una montagna di atti, verbali, interrogatori, perizie improvvisamente prende il volo. Possibile mai? Succede alla Voce, da settembre 2013 in attesa che vada avanti il processo d’appello che la vede opposta ad un’insegnante di Sulmona, Annita Zinni. Nel momento in cui, infatti, si avvia alle “conclusioni” il processo di secondo grado, trascinato di anno in anno con eterni rinvii senza alcuna udienza nel merito, ecco il colpo si scena: le toghe dell’Aquila chiedono un ulteriore rinvio perchè le carte sono sparite e, quindi, tutto slitta a marzo. Ai confini della realtà.

Chi avrà mai fatto sparire quelle carte? A chi giova che il processo venga per l’ennesima volta rinviato? Ovviamente alla parte che, grazie ad una sentenza che non sta né in cielo né in terra, si era aggiudicata il primo round, giocando con le carte truccate e con il favore di un giudice sceso in campo come l’arbitro che s’inventa rigori inesistenti e non vede quando la palla entra in rete.

UN MANDANTE CHIAMATO DI PIETRO

Il giornalista Rai Alberico Giostra. Sopra, Filippo Roma delle Iene nella famosa intervista a Cristiano Di Pietro sulle capitali. In primo piano Annita Zinni e Antonio Di Pietro

Il giornalista Rai Alberico Giostra. Sopra, Filippo Roma delle Iene nella famosa intervista a Cristiano Di Pietro sulle capitali. In primo piano Annita Zinni e Antonio Di Pietro

Quella parte ha un nome e un cognome ben precisi, così come è ben noto il nome del mandante di tutta la querelle inscenata dalla Zinni. Il mandante si chiama Antonio Di Pietro (fresco di trombatura multipla per una candidatura alle elezioni del 4 marzo) il quale, inviperito per una serie di inchieste della Voce scritte nel 2008 e nel 2009 dal giornalista Rai Alberico Giostra (autore del libro “Il tribuno”) e poi riprese da Report, non ebbe il fegato di querelare la Voce, ma ‘consigliò’ all’amica Annita di citare in via civile il nostro giornale, chiedendo un cospicuo risarcimento danni, 40 mila euro. E di farlo comodamente nella sede amica del Tribunale di Sulmona. Con un duplice scopo: far chiudere la Voce e arricchire il già pingue patrimonio personale dell’insegnante da Montenegro di Bisaccia (sulmonese di adozione), che può contare anche su un appartamento romano, in via Merulana, porta a porta con il compaesano Tonino.

Va quindi in scena il processo farsa, dove fanno capolino alcune perizie tecniche, una di parte e una d’ufficio, per documentare il “patema d’animo” sofferto dalla Zinni in seguito alla pubblicazione dell’articolo in cui veniva semplicemente raccontato, in una ventina di righe, un episodio già riportato da altri giornali.

Di tangenti? Di corruzione? Di mafia? Niente di tutto questo. Si parlava semplicemente di un ‘aiutino’ dato a Cristiano Di Pietro, il figlio dell’ex pm, in occasione dell’ardua maturità, uno scoglio difficile da superare per chi ancora oggi risponde ‘Buenos Aires’ alla domanda di Filippo Roma delle Iene su quale sia la capitale del Brasile.

Il tribunale di Sulmona, da cui è "misteriosamente" sparito il fascicolo di primo grado

Il tribunale di Sulmona, da cui è “misteriosamente” sparito il fascicolo di primo grado

E cosa fa il giudice incaricato di quel processo, Massimo Marasca? Dovrebbe semplicemente prendere a pedate la Zinni, rimardarla a casa, archiviare il tutto per manifesta infondatezza. Anche perchè ci sono prove documentali (filmati di You tube) che attestano come fosse del tutto taroccato, inventato di sana pianta quel patema d’animo: mentre invece la maestrina da semplice funzionaria di Italia dei Valori proprio nel 2009 ne diventava addirittura segretaria provinciale!

Tutto chiaro per il giudice? Macchè. Condanna la Voce. E raddoppia – fa anche di più – la cifra del risarcimento danni, sfiorando il tetto dei 100 mila: 92 mila e spiccioli! Per fare qualche esempio,  Porta a Porta ha dovuto risarcire Silvio Berlusconi con 40 mila euro e la Mondadori ha sganciato 30 mila euro per uno scambio di persona compiuto da Roberto Saviano nel suo Gomorra.

La Voce, però, fa molta più paura, fa 90 ! Senza tener conto che Berlusconi è un tantino più noto della maestrina di Sumona…

Ed eccoci alle altre follie. Che per la Voce hanno significato la chiusura del mensile cartaceo in vita da 30 anni esatti, nonché la chiusura del conto corrente personale del suo direttore, Andrea Cinquegrani, il cui nome risulta da allora nella black list del sistema creditizio. Non è finita, perchè i legali della Zinni hanno anche chiesto la messa all’asta della testata…

Il trave di fuoco comincia con la multa da 1000 euro inflittaci dal tribunale dell’Aquila per il sol fatto di aver chiesto che venisse fissata con urgenza la data dell’appello, un diritto che qualsiasi cittadino può esercitare, a meno che non abiti nel paesino più sperduta della Cina. Non solo la nostra richiesta è stata respinta, ma siamo stati anche multati, forse per lesa maestà e per aver disturbato lorsignori.

DA UN RINVIO ALL’ALTRO

E riceviamo un altro ceffone quando, dopo già tra anni di rinvii, arriva finalmente l’udienza del 2016, ma quell’udienza non si tiene: qualche giorno prima dalla cancelleria avvertono che è stata ulteriormente rinviata, addirittura a giugno 2018… Ordini superiori del presidente della Corte d’Appello dell’Aquila Giuseppe Iannaccone.

Nel frattempo alla Voce giunge una missiva anonima, ma molto dettagliata, in cui vien fatto cenno al reale motivo di quel macroscopico ritardo, di quei tempi così lunghi. Ne abbiamo scritto in un’inchiesta che la dice lunga sulla fiducia che i cittadini possono ormai avere nella giustizia di casa nostra.

Da sinistra gli avvocati Gaetano Montefusco ed Herbert Simone, difensori della Voce

Da sinistra gli avvocati Gaetano Montefusco ed Herbert Simone, difensori della Voce

Mesi fa, comunque, arriva una piccola good new, nel mare di anomalie, errori & orrori. La cancelleria comunica ai difensori della Voce, gli avvocati Gaetano Montefusco ed Herbert Simone, che l’udienza per le conclusioni dell’appello è fissata ad ottobre 2017, quindi anticipata di alcuni mesi. Le memorie vengono depositate e si arriva a pochi giorni fa, 30 gennaio, quando finalmente entra la Corte.

Ma ecco il colpo di scena: bisogna rinviare ancora perchè il fascicolo di primo grado che doveva arrivare dal Sulmona non c’è. Non è mai arrivato. E’ sparito! E se ne accorgono dopo cinque anni!

Nel provvedimento firmato dal presidente della Corte d’Appello Iannaccone viene infatti:

“rilevato che in atti non si rinviene il fascicolo di primo grado 448/2010 del tribunale di Sulmona”;

“rilevato che dalle annotazioni contenute nel fascicolo telematico risulta che la trasmissione è stata richiesta dalla cancelleria di questa Corte in data 4/9/2013”;

“ritenuto che l’acquisizione del fascicolo di I° grado appare necessaria per la decisione del presente gudizio, venendo in rilievo il contenuto delle testimonianze nonché il contenuto della CTU espletata in I° grado”;

La sede della Corte d'Appello a L'Aquila

La sede della Corte d’Appello a L’Aquila

“ritenuto pertanto di dover disporre che a cura della cancelleria venga rinnovata la richiesta o, per l’ipotesi in cui il fascicolo risulti trasmesso a questa Corte dalla cancelleria del tribunale che ha deciso in I° grado, vengano espletate le opportune ricerche volte al rinvenimento del fascicolo”.

Quindi viene chiesto ai legali delle due parti, comunque, di attivarsi per ricostruire quel fascicolo che ha preso il volo, depositando sia le memorie contenenti le verbalizzazioni dei testi che la consulenza tecnica d’ufficio.

Tutto dunque rinviato al 20 marzo. Ricomparirà mai il fascicolo desaparecido? Si farà mai chiarezza sull’autore o gli autori di quella sottrazione di atti giudiziari? Oppure gli scippi dei colletti bianchi sono da oggi legalizzati?

 

 

Condividi questo articolo

Un commento su “VOCE CONTRO ZINNI, L’AMICA DI DI PIETRO / SPARISCE IL FASCICOLO PROCESSUALE”

  1. Vito Maiello ha detto:

    C’è una “QUESTIONE MORALE”, nel mondo giudiziario, talmente vasta, che è una delle cause dell’imperante illegalità, ovverosia del fallimento di questo Stato (che voleva essere di diritto ma è diventato solo più mafioso).

Lascia un commento