METRONAPOLI / ILLEGALITA’, SPERPERI  E FAVORI, IL J’ACCUSE DELLA CORTE DEI CONTI

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Finalmente un po’ di luce dopo 42 anni di buio pesto. Se la magistratura ordinaria dorme e l’Autorità anticorruzione non dà segni di vita, quella amministrativa almeno cerca di accendere i riflettori sullo scandalo della Metropolitana di Napoli, sotto gli occhi di tutti ma senza che mai nessuno abbia osato e osi alzare anche un solo dito per fare o denunciare qualcosa.

Pesantissime le conclusioni a cui è appena arrivata la seconda sezione centrale di controllo della Corte dei Conti, dopo un’udienza che si è svolta a Roma agli inizi di dicembre davanti a rappresentanti del Comune di Napoli, del ministero per i Trasporti, della presidenza del Consiglio e della Metropolitana di Napoli spa, la protagonista di quello scempio eterno e plurimiliardario.

Un pasticciaccio brutto più volte denunciato e dettagliato dalla Voce e che adesso trova conferma nel j’accuse lanciato dalla Corte dei Conti.

DA ‘O MINISTRO POMICINO A ENNIO CASCETTA

Michele Zagaria. In apertura, la "vulva"

Michele Zagaria. In apertura, la “vulva”

Abbiamo puntato i riflettori su quello start nel 1976 e sulle prime ruspe dell’allora ruspantissimo clan dei Casalesi che faceva capo ad un giovanotto di belle speranze, Michele Zagaria.

Poi sottolineato la mancanza di uno straccio di progetto iniziale e il ricorso, in perfetto stile Totò, alla tesi di uno studente universitario sul sottosuolo di Napoli per mettere una pezza a colori da presentare, a fine anni ’70, in sede ministeriale. Ai progetti, poi, penserà una reginetta dei compassi, la Rocksoil della famiglia Lunardi, portabandiera il ministro delle Infrastrutture nel governo Berlusconi, Pietro Lunardi, secondo il quale “dobbiamo convivere tutti con la mafia”.

Quindi al via senza VIA, ossia la rituale Valutazione di Impatto Ambientale necessaria anche per realizzare una veranda. Un’altra pezza a colori con la storia – siamo sempre ai copioni griffati Totò – del furto nelle stanze di palazzo San Giacomo, sede del Comune. Ciò serve per prendere un po’ di tempo, tanto per allestire una delibera ad hoc, dopo che sono comunque già iniziati, a ritmo di lumaca, i lavori, nei quali sono impegnati i big del mattone locale e nazionale, dalla Vianini dei Caltagirone all’Icla cara a ‘O Ministro Paolo Cirino Pomicino alla Giustino Costruzioni nelle grazie dell’ex titolare del Viminale Vincenzo Scotti.

In sella per anni a Metronapoli Giannegidio Silva, in precedenza alla guida proprio di Icla. E da poche settimane è stato nominato presidente Ennio Cascetta, il padre delle nuove linee metro con il Governatore Antonio Bassolino, e fresco presidente anche del colosso Anas, alle prese con la maxi fusione targata Ferrovie (potete leggere l’inchiesta cliccando in basso).

Ennio Cascetta

Ennio Cascetta

Ma chi ha gestito la supervisione di tutti i lavori metro per conto del Comune di Napoli in oltre un decennio? Gianfranco Pomicino, pezzo da novanta della nomenklatura di palazzo San Giacomo e cugino di ‘O Ministro.

Da anni è in prima linea, quasi solitario, a denunciare fatti & misfatti il geologo Riccardo Caniparoli, che ha sempre puntato l’indice sui rischi ambientali, sui problemi di sicurezza e sugli sperperi. Quando piove, infatti, i binari si allagano, d’estate l’afa è mortale, lasciano non poco a desiderare i sistemi di sicurezza. Sul fronte dei costi – fa notare Caniparoli – “si tratta dell’infrastruttura più cara al mondo, circa 400 milioni a chilometro, quasi il doppio di Roma e il triplo del tunnel sotto la Manica”.

E Roma non è certo meno ‘archeologica’ di Napoli, così come il tunnel tra Francia e Gran Bretagna è forse un momento più complesso della linea metro di Napoli. Per la cui realizzazione proliferano varianti a più non posso, revisioni prezzi a go go e le solite sorprese geologiche. Tutto fa brodo per far lievitare, in modo esponenziale, i costi e aprire all’infinito i rubinetti della spesa pubblica.

ALLEGRIA, ZERO INCHIESTE E CONTROLLI 

Ma qualcuno ha mai controllato su sperperi, appalti, trasparenza amministrativa e legalità varie? L’Anac guidata da Raffaele Cantone, dal canto suo, non ha mai acceso neanche un fiammifero sulle tante anomalie: mentre invece, ad esempio, ha puntato i riflettori sul metrò capitolino.

Riccardo Caniparoli

Riccardo Caniparoli

La procura di Napoli, nove anni fa, ha aperto un’inchiesta dopo la denuncia di alcuni inquilini che abitavano a un passo da piazza Municipio, preoccupati di grosse lesioni nei loro condomini in seguito ai lavori per la linea che da piazza Garibaldi porta vis a vis con palazzo San Giacomo. Un’inchiesta, al solito, finita in naftalina, tutto ok.

E’ invece in corso il processo di primo grado per la strage sfiorata nella centralissima Riviera di Chiaia, dove quattro anni fa è crollata un’intera ala dello storico Palazzo Guevara, sempre in seguito ai tellurici lavori che in quella zona stanno sconvolgendo i già precari equilibri idrogeologici.

Poi niente, il silenzio più assordante. Fino ad oggi, con i riflettori puntati dalla Corte dei Conti e l’inchiesta portata avanti dal giudice Antonio Mezzera. Ecco, di seguito, alcuni passaggi salienti. Un vero ceffone alla malagestione che ha dettato la sua legge in questi anni. Meglio tardi che mai.

Si parte proprio dal 1976, quando il Comune stipula una convenzione con la società concessionaria, Metronapoli. Secondo la Corte dei Conti, “la concessione di sola costruzione sottoscritta negli anni settanta risulta uno schematico e generico contenitore di interventi, sprovvisto di definizione tecnica ed economica”.

Poi: “i lavori sono stati affidati in una logica estranea a un mercato aperto: la concessione è avvenuta infatti a trattativa privata”. E solo in seguito all’intervento dell’autorità di vigilanza sui lavori pubblici, “fu imposto alla concessionaria di affidare a terzi, secondo procedure di evidenza pubbliche, una percentuale pari ad almeno il 40 per cento dei lavori”.

Non basta, perchè “tale atteggiamento di favore nei confronti della concessionaria non ha apportato un vantaggio economico, essendo state attribuite le nuove tratte senza ribasso, facendo sopravvivere, anzi, l’istituto della revisione prezzi abrogato da tempo”.

In soldoni, tutto ciò ha fatto in modo che gli importi dei lavori “sono determinati in via automatica, non in linea con quelli desumibili dal mercato e da procedimenti di analisi”.

QUELLA VULVA DA 50 MILIONI

E quale la causa della incredibile lievitazione dei costi? I magistrati contabili non hanno dubbi: “l’assoluta indeterminatezza dell’affidamento dei lavori è stata una delle cause della dilatazione dei tempi e dei costi della realizzazione”. Senza contare, appunto, tutte le sorprese archelogiche, le varianti e via svaligiando le casse pubbliche.

Gli endemici ritardi e guasti di Metronapoli, con attese talvolta  di oltre 40 minuti

Gli endemici ritardi e guasti di Metronapoli, con attese talvolta di oltre 40 minuti

Ciliegina sulla torta le opere d’arte, che fanno della metropolitana partenopea – come quotidianamente sottolinea Cascetta – “la più bella del mondo”. Ultima invenzione la stazione ‘vulva’ nella zona universitaria di Monte Sant’Angelo a un passo dallo stadio San Paolo: 50 milioni tondi tra design & progetti. Ai confini della realtà.

Continua il j’accuse delle toghe contabili: “sorprende che sia stato mantenuto un tipo di concessione abolito dall’ordinamento giuridico da alcuni decenni”.

Altri forti dubbi sul fronte dei collaudi, perchè si registrano “perplessità per incarichi di collaudo affidati alla stessa concessionaria in considerazione dell’assoluta imparzialità al compito di collaudatore”. Per la serie, il controllore che controlla se stesso.

E poi il tocco finale: “non si è tenuto conto nemmeno delle rilevanti vicende penali intervenute nel corso degli anni”, a partire dai tempi di Tangentopoli, quando i vertici del metrò partenopeo vennero messi sotto accusa per mazzette. “Furono versate tangenti – rammenta la Corte dei Conti – inizialmente ogni due mesi, ripartite in misura fissa a vari soggetti”.

Ha passato qualcosa di penalmente rilevante qualcuno? Mai. Lorsignori – politici & faccendieri – hanno mai restituito qualcosa del bottino? Neanche il becco d’un quattrino.

Scordammoce ‘o passato

 

 

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