C’è bugia e bugia al peggio diventa truffa

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E’ certamente da censura, da rimprovero severo, la bugia dello studente impreparato che inventa la morte della nonna perché l’insegnante, nel giorno delle interrogazioni, non fermi l’indice sul proprio nome. La birbante ragazzata può essere il prodromo di un reiterato ricorso alla bugia. E, se non represso, può diventare una dipendenza di tutta la vita.

Il calciatore, che sgambetta l’avversario con un intervento della gamba “a martello”, alza le braccia al cielo e dal labiale il tifoso dalle gradinate o in tv leggerà le parole “arbitro ho toccato solo il pallone”. In chiaro, gli arrivano le imprecazioni dell’attaccante che sbaglia passo a un metro dalla porta, inciampa per colpa sua, finisce steso sul terreno di gioco, si rotola e simula un colpo ricevuto dal terzino, insulta l’arbitro, invoca il rigore. Mente. Chi non ricorda il famoso gol di un grande del calcio segnato con la mano, gesto non rilevato dall’arbitro. Festeggiato con sfrenata esultanza, calpestò l’etica. Il protagonista a sua volta aveva mentito.

La menzogna è pane quotidiano e companatico dei politici impegnati in questa rissosa campagna elettorale. Mentono i cosiddetti leader, gareggiano nell’esternazione di proclami che anche uno studente al primo anno di economia e commercio sputtanerebbe in un amen, smascherando l’incompatibilità tra il costo delle promesse e quanto c’è nelle casse italiane.

“Meno tasse”, “Reddito di cittadinanza”, “Prepensionamenti, milioni di occupati” “Via dall’euro”: l’imbroglio, reiterato ad ogni tornata elettorale, dovrebbe finire in un sonoro flop e invece ce lo ritroviamo in questi giorni, fino alla nausea. In un Paese che ne ha viste di cotte e di crude, gli unici che hanno rispettato l’impegno, a partire dalla nascita della Repubblica, sono stati i malavitosi, che hanno pagato cash i voti per i loro “amici” candidati e Achille Lauro, il “comandante” dell’incentivo “una scarpa prima e una dopo il voto al partito monarchico”.

Il qualunquismo si nutre di bugie, i pentastellati sono qualunquisti, la bugia è cosa loro. A Di Maio, l’improvvisatore grillino senz’arte, né parte, manca totalmente il senso della misura he azzarda iniziative sconsiderate. Per fingere competenza finanziaria ha sfidato il suicidio mediatico, certo che una chiacchierata nella city fosse protetta da discrezione generale. Errore. Un banchiere, presente alll’incontro degli investitori, ha riferito all’agenzia di stampa Reuter di aver ascoltato dalla viva voce del Di Maio i termini della sua prospettiva post voto e cioè il progetto di una maggioranza quadrupla con M5S, Pd, Forza Italia e Lega. Rispedito a casa, il giovanotto ha smentito, ovvio, ma preceduto com’è da un ampio repertorio di bugie e scontata l’autorevolezza della Reuter, nessun dubbio, Di Maio mente.

Silenzi e mezze bugie avvolgono anche le cosiddette parlamentarie. A due settimane dal voto on line l’esito è ancora avvolto nel mistero o forse è chiuso in un cassetto del vertice 5Stelle, cioè in quello del Casaleggio junior, che, in vita il padre, s’impadronì del Movimento, pagato con 150 euro (esattamente così).                                                                                                                                                                 

L’Istat, sospettano destra, leghisti e dissidenti della sinistra storica, è un prolungamento del Nazareno, un covo massonico soggiogato dal governo in carica, l’emanazione diabolica di una setta al servizio di Gentiloni, Padoan e compagni. Ne discende la tesi che l’Istituto di Statistica manipoli i dati sul lavoro, che spacci per veri dati falsi. Sta di fatto che piaccia o no agli interessati contestatori, che il tasso della disoccupazione è al suo minimo storico (10,8%) e il numero di persone in cerca di occupazione è diminuito (meno 1,7%). Ai minimi anche la disoccupazione giovanile.

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