Rom, uguale marginalità 

Condividi questo articolo

Antonella. Una persona speciale. Energia, intelligenza, disponibilità verso i deboli, gli oppressi, gli emarginati. Suo il salotto sociael. Tema i rom. Contro l’iniziativa un’incursione di stampo fascista di Forza Nuova, non solo verbale. Uno spintone provoca la caduta a terra di Antonella e ora, per “precauzione” le rifiutano un locale dove svolgere gli incontri. La reazione: “Continuerò comunque a occuparmi dei rom”. 

Una volta nella vita sarà capitato a tutti di entrare sotto il tendone del circo Orfei e di essere condotti per mano nel suggestivo mondo circense da Moira, star di uno spettacolo interpretato da artisti, acrobati e clown. Alzi la mano chi sa che Moira apparteneva al popolo dei rom. Come lei, per restare in Italia, Liana Orfei, Santino Spinellli, musicista e, romanologo, Ferdi Berisa, vincitore dello show “Grande Fratello e Michele Rocco, campione di pugilato, Guido Rocco, ex campione di boxe: volti noti della presenza consistente di rom nel nostro Paese.

Il chi è di questa etnia di cui si sa poco e male. Nella lingua romaní, rom significa uomo, marito e per la maggioranza del suo popolo connota il proprio gruppo. Il termine si ritiene che discenda da Dom-Domba, ovvero, nei testi sanscriti, “regno”, retto dal monarca Heruka. I componenti di alcuni gruppi sono artisti e musicisti, acrobati, mercanti, artigiani. Nell’immaginario collettivo la popolazione di lingua romànì è nota con i termini “zingari”, “gitani”. La loro presenza prevalente si registra in Europa (Balcani, Europa centrale, orientale) e in misura minore nelle Americhe. In Italia sono la più rilevante minoranza etnica, in numero variabile (90mila, 140mila). Settantamila hanno la cittadinanza italiana, 45mila discendono da gruppi presenti nel nostro Paese fin dal medioevo e in larga parte sono stanziali.

Nei campi rom, abbandonati, discriminati, vivono in poco più di diecimila e per circa il 50 percento sono nella minore età. La loro lingua è indoeuropea, parlata in Europa da quattro milioni e mezzo di persone. I rom non hanno uno Stato di appartenenza e in Italia il romanì non ha alcuna tutela. Con l’alibi del nomadismo, la nostra legislazione li esclude da benefici e dal riconoscimento della loro comunità in quanto minoranza linguistica. C’è di peggio. Nella storia di questo popolo sono state una costante la persecuzione, la riduzione in stato di schiavitù, la deportazione e lo sterminio in nome di un evidente razzismo, tristemente noto come antiziganismo, di un nomadismo in quanto maledizione di Dio. Nasce da questi pregiudizi l’atteggiamento della società contemporanea di liberarsene anche con la loro soppressione fisica. Bandi di espulsione sono comuni a molti Paesi europei e al loro estremo c’è l’internamento operato dal fascismo, il genocidio “programmato” dal nazismo.

Nel 1971, a Londra, è nata l’Unione Internazionale dei Romanì con l’obiettivo del riconoscimento di identità e di patrimonio culturale-linguistico in assenza di uno Stato e di un territorio specifico.

Ma quanti sono i rom nel mondo? La stima di 12/15 milioni è attendibile, non sicura perché molti non accettano di farsi registrare per non subire discriminazioni. In Italia in loro difesa agisce l’Opera Nomadi. Per capire che si tratta di un gruppo etnico complesso interviene l’elencazione dei sottogruppi. Sono tredici e tra loro i Rom abruzzesi, di religione cristiana. Provengono dall’Abruzzo e dal Molise, arrivati via mare nell’Italia meridionale tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo, dalle coste dei territori ellenofoni e slavi. I rom sono politeisti, adottano la religione del Paese in cui risiedono. In Italia sono soprattutto cattolici. La loro etnia si caratterizza per la disposizione ad adattarsi alle condizioni di vita che offrono i luoghi scelti per insediarsi. Caposaldo dell’organizzazione sociale è la famiglia, estesa ai parenti, ma anche la kumpánia, insieme di più famiglie dello stesso gruppo o sottogruppo.

Il giudizio sommario delle società occidentali è il risultato di pregiudiziali razziste e credenze popolari senza costrutto, alimentate dai media: Gli ‘zingari’? “Stranieri pericolosi, spie, stregoni, creature diaboliche, refrattari al lavoro, predisposti al furto”.

La loro vita, i loro problemi, le difficoltà di mutare il clichè di protagonisti della cronaca nera, sono nella la lettura a senso unico della cronaca di quotidiani e dell’informazione televisiva. La denuncia è di organismi per la tutela dei diritti umani, ma anche di studiosi, esponenti della cultura. Rilevano l’assenza di attenzione per la tutela di una minoranza ernica riconosciuta dall’Onu. Il risultato è nell’ostilità dell’opinione pubblica, che prende in considerazione solo i dati antisociali e le statistiche criminali senza confrontarle con analoghe responsabilità dei connazionali, percentualmente più alte. Di qui origina la valutazione approssimativa di devianza sociale e la conseguente discriminazione segregazionista, con forti disuguaglianze e l’assenza di politiche d’integrazione.

Condividi questo articolo

Lascia un commento