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2018 / IL MATTARELLUM DI CAPODANNO E IL VOTO CHE VERRA’


1 gennaio 2018 autore: Andrea Cinquegrani



Mattarella

Alle urne tra due mesi e il dilemma voto. Secondo il Presidente dell’Ovvio, Sergio Mattarella, il vero nemico da battere è l’astensionismo. Peccato che a provocarlo, in dosi sempre più massicce, siano facce del suo tipo, sepolcri imbiancati del suo calibro, parole come le sue che neanche un bambino delle elementari oserebbe pronunciare davanti alla attonita maestra.

Quali quelle del messaggio di fine anno, degne di un perfetto Pokemon.

“Mi auguro che alle prossime elezioni vi possa essere la più ampia partecipazione al voto”, esordisce scoprendo la sua America.

“I nati nel ’99 voteranno per la prima volta”, la trovata degna di Colombo (Cristoforo).

“Pace, libertà, democrazia sono le nostre parole”, le altre uova, sempre di Colombo.

“Le innovazioni viaggiano ad una velocità incalzante”. Accipicchia.

“Uomo, sviluppo, natura”, ecco un altro impensabile tris vincente.

“La politica deve guardare ai mutamenti”. Grande.

“Per le elezioni ci vogliono proposte realizzabili e concrete”. Accipicchia.

“In primo luogo il lavoro per i giovani”, urca.

“L’Italia è un paese generoso e solidale”, e la banda suona.

“Ognuno deve fare la propria parte”. Mitico.

Per fortuna il bestiario termina dopo pochi minuti. Il Nulla in scena. Perfettamente inattaccabile, quando poi caso mai si scateneranno i commenti più variegati.

Perchè il Nulla difficilmente può essere attaccato.

 

UN MENU’ SEMPRE PIU’ DISGUSTOSO

Dice, allora chi voti a marzo. Quando va tutto peggio, ad ogni tornata il menù elettorale si presenta sempre più disgustoso, letteralmente indigeribile.

Un tempo andava la ricetta confezionata da Indro Montanelli, “turatevi il naso e votate Dc”. Poi è successo con tutti gli altri, sempre più nauseanti, ogni volta più intollerabili perfino per chi abbia perso l’olfatto.

Aniello Formisano con Antonio Di Pietro

Aniello Formisano con Antonio Di Pietro

Voti Pd, ormai la sintesi peggiore di quello che Dc e Psi messi insieme non sono stati neanche lontanamente in grado di pensare e attuare? I Renzi boys che hanno cercato di rottamare e scassare il lavoro via Job Acts e articolo 18, la Costituzione per via referendaria, facendo il verso alle banche fino a un mese fa, da Etruria a Monte dei Paschi, che fino a prova contraria è da sempre un feudo di casa Pd su cui la magistratura farebbe bene una volta per tutte ad alzare il velo?

C’è da restare allibiti, al solo pensiero di quello che fu una volta il Pci di Enrico Berlinguer, un partito che produceva speranze e utopie, di fronte ora ad una congrega che parecchio odora di 416. Caso mai con l’aggiunta di un bis.

Certo meglio non va con l’armata Brancaleone – MdP o LeU, già gli acronimi sono da brividi – messa in piedi dal nuovo che avanza, sotto i vessilli di Bersani e D’Alema, capaci di portare a bordo il peggio del peggio, dal fondatore-affondatore di Italia dei Valori immobiliari Antonio Di Pietro al suo ex portavoce massone Nello Formisano. E poi quel Pietro Grasso portabandiera che non ha mai portato avanti una vera inchiesta nella sua ex vita di magistrato, il quale ora dona la sua vita alla Res Publica. Ma ci faccia il piacere.

Resta l’incognita Cinque Stelle. La speranza non poco tradita per l’esperienza nelle realtà municipali, con la Grande Mela (marcia) della gestione al Campidoglio, dove la sindaca Virginia Raggi e la sua giunta hanno mostrato una totale incapacità di governo cittadino, come plasticamente dimostra il giallo del nuovo stadio a Tor di Valle, un vero regalo stramilionario per la crema dei mattonari, uno schiaffo alle istanze di legalità e di tutela dell’ambiente.

Ma – per chi intende ancora andare a votare, la solita ‘ultima volta’ – forse quello ai pentastellati resta l’unico voto possibile, la residua speranza di un qualche cambiamento, il volto diverso della politica che non sia affarismo, nel migliore dei casi, mafiosità nella restante parte.

NOMI DAVVERO A 5 STELLE ?

Pietro Grasso

Pietro Grasso

A questo punto, molto si gioca sulla credibilità dei nomi che verranno messi in pista dai 5 Stelle. Di quei candidati che arriveranno dalla cosiddetta ‘società civile’ – con un termine orripilante – e che comunque non sono iscritti al movimento né sono vassalli di Grillo, Casaleggio & Di Maio.

Per fare esempi concreti, se avranno il coraggio o meno di candidare personalità come quelle di Ferdinando Imposimato invece di Nino Di Matteo, di Raffaele Guariniello invece di Piercamillo Davigo, di Elio Lannutti invece di Domenico De Masi. E’ sui nomi che sta in piedi la credibilità di un progetto politico.

Perchè a far programmi, ormai, sono capaci tutti, come inventare promesse oppure organizzare sceneggiate. O ancora di cambiare norme e leggine interne. Mentre, per fare un solo esempio, nessun partito o formazione osa proporre – come prima ricetta per una rigenerazione al solito non fittizia o di sola facciata – una riforma radicale degli stessi partiti: che oggi vivono da veri fuorilegge, senza rendere conto a nessuno di bilanci e utilizzo dei soldi pubblici.

Prima di chiedere il voto agli italiani, dovrebbero avere tutti il buongusto di cambiare totalmente  regole e norme che li vedranno vivere in futuro. Solo che è molto difficile chiedere a questi capponi di anticipare il Natale.

Altrimenti, non resta che la strada dell’astensionismo. O meglio, del voto annullato con motivazione. Ad esempio, recandosi all’urna, facendosi porgere la scheda, annullandola davanti agli scrutatori e firmando una breve dichiarazione in calce alla scheda: “Non mi identifico in alcuna di queste formazioni partitiche. Fanno tutte totalmente schifo. Alla prossima”.




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