L’Italia dei disuguali

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Che razza di democrazia vige nel nostro democratico Paese? Risponderebbe con argomenti convincenti anche un alunno delle scuole serali, spinto a istruirsi dal sacro fuoco della cultura e dal vivo ricordo di “Non è mai troppo tardi” del maestro televisivo Alberto Manzi. Parafrasando il titolo di un bel libro di Italo Calvino, direbbe “L’Italia è un Paese democraticamente dimezzato”.

I perché: è sbagliato l’attributo “stivale”, che connota una calzatura completa, continuativa, dal tacco al ginocchio, mentre il nostro ha invece una separazione netta Nord-Sud. Siamo italiani separati in casa, disuguali secondo i parametri fondamentali di giudizio in relazione a risorse economiche, qualità della vita (servizi, sanità), attenzione della politica.

Netta e disfattista è proprio la frammentazione della politica. Negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, ina parte in Germania e nella maggioranza dei Paesi occidentali, sono due gli schieramenti in campo. Si contendono la guida dei governi progressisti e conservatori. Di recente, in Europa si affacciano alla ribalta della contesa anche formazioni dell’estrema destra, ma la sostanza dei regimi democratici resta il produttivo dualismo che agevola il confronto politico.

In Italia? Siamo sul podio dei primi in classifica, nella graduatoria dell’assurdo. Sono 40 i partiti che abitano l’arco costituzionale del Paese e di recente, a infoltire un numero già spropositato, ci ha pensato la solerte levatrice di neonati che ne ha messi al mondo ben sette in un mese. Citare tutti e quaranta è una mission impossible, ma qualcuno va celebrato: “Rinascimento” è la creatura di Vittorio Sgarbi, “Movimento Nazionale per la Sovranità” (???) è un frammento del progenitore Movimento Sociale Italiano di Almirante e si deve all’accoppiata Storace Alemanno. Verdini, esule da Forza Italia, è il leader inquisito di “Ala”, l’esule dal Pd Civati ha partorito “Possibile”. Gianfranco Rotondi, intrepido ex Dc ed ex Forza Italia, ha sfidato l’accusa di incoerenza con il titolo del suo “Rivoluzione Cristiana”, Tosi, come se il verbo fosse un optional facoltativo, ha battezzato il suo partito “Fare”. E poi: ci sono “Azione Civile” del magistrato Ingroia, “Green Italia”. A destra-destra si pongono Casa Pound e Forza nuova, neo fascisti. A sinistra “L’Altra Europa con Tsipras”, “Sinistra anticapitalista”. Come dimenticare lo storico “Partito dei Pensionati”, i movimenti degli italiani all’estero e degli italiani di confine “Union Valdotaine”, “Sudtirol Volkspartei”?

In tema di disparità. I pensionati italiani del settore privato militano nella serie B del panorama previdenziale, con una media di 1.125 euro mensili, quelli del settore pubblico in serie A, con 2.250 euro. Sono doppiamente discriminate le donne: 637 euro mensili percepiscono nel privato, 1532 nel pubblico.

Ricchi fuori schema che se la godono sono gli straricchi. I Ferrero, Luxottica, Pessina, Berlusconi e Armani, Campari…

Quando si parla di tasse e di pressione fiscale l’Italia è in prima fila (43,3%) e non teme confronti quanto a evasione fiscale. Tasse più alte solo in Francia e Danimarca, dove però la qualità del welfare è decisamente migliore.

Discrimina anche la Chiesa cattolica con una scala di stipendi divaricata tra minimi e massimi: preti semplici, 1.000 euro, parroci 1.200, vescovi 3.000 euro, arcivescovi da 3.00 a 5.000, cardinali 5.000. Papa Benedetto XVI incassava 2.500 euro più i diritti d’autore dei suoi libri. Papa Francesco non ha stipendio, preleva il necessario da un fondo della banca Ior. Propugnatore di una spending review vaticana, Bergoglio ha ghigliottinato i bonus ai dipendenti della durante la sede vacante e l’elezione papale, ha bloccato gli stipendi di tutti i dipendenti, congelato scatti di anzianità e promozioni, tagliato i gettoni di presenza dei cinque cardinali membri della commissione di vigilanza della banca vaticana (25mila euro all’anno). Papa marxista?

Ultima perla di una democrazia imperfetta è la pausa parlamentare che si protrarrà fino al 4 Marzo del 2018, data delle elezioni politiche. Discrimine è la sconfitta sullo ius soli. Impedisce a 800mila migranti nati in Italia di farne ufficialmente parte.

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