GIALLO CERVIA / OMISSIONI, DEPISTAGGI E UNA SENTENZA TRA LE NEBBIE DELLA PROCURA DI ROMA 

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Processo civile sulla scomparsa, 26 anni fa, del militare italiano Davide Cervia: ad ottobre 2016 quel processo è terminato, ma ancora oggi i familiari sono in attesa della sentenza. Come mai un anno e due mesi senza lo straccio di una notizia? Forse perchè il caso, pur dopo tanti anni, è ancora troppo esplosivo? Per il coinvolgimento dei servizi di casa nostra, oltre a quelli straneri? Perchè Davide sapeva troppo sui traffici d’armi alla vigilia della Guerra del Golfo e quindi doveva prima sparire e poi morire?

Tutti interrogativi che pesano come macigni, per la famiglia di Davide, la moglie Marisa Gentile e i figli Erika e Daniele, alle prese con un autentico calvario giudiziario ed una sfilza di depistaggi, omissioni e finte inchiesta.

Il Tribunale di Roma. In alto Davide Cervia

Il Tribunale di Roma. In alto Davide Cervia

La tragica vicenda ricorda non poco quella di Ilaria Alpi, non solo per i traffici d’armi, ma anche per la sequela dei depistaggi e per una giustizia del tutto assente: nel caso di Ilaria e Miran Hrovatin, soprattutto dopo la seconda richiesta di archiviazione tombale avanzata dal pm Elisabetta Ceniccola della procura di Roma, tornata prepotentemente ad essere “il porto delle nebbie”.

UN PROCESSO 4 ANNI FA E UNA SENTENZA ATTESA DA 14 MESI

Facciamo il punto sugli ultimi sviluppi.

Nel 2012 la famiglia Cervia intenta un processo civile nei confronti dei ministeri della Difesa e della Giustizia. Non viene richiesto alcun risarcimento, un euro a titolo simbolico, si domanda solo l’accertamento della “violazione del diritto alla verità”.  Soprattutto alla luce di una sentenza che comunque era stata pronunciata, nel 2000, dalla Corte d’Appello di Roma, in cui veniva messo nero su bianco che Davide “era stato rapito”, ma non si andava oltre di un millimetro perchè – si rilevava – non è possibile trovare gli autori e i mandanti del rapimento. Per cui, black out totale.

Così scrive nel 2012 Alfredo Galasso, il legale della famiglia Cervia: “solo dopo molti anni e per la tenace iniziativa della moglie Marisa e dei figli Erika e Daniele, la Corte d’Appello di Roma, che aveva avocato il procedimento per inerzia della procura di Velletri, ha accertato che Cervia è stato rapito, configurando il delitto di sequestro di persona che, secondo un rapporto del Sismi, era opera di ‘società o organizzazioni verosimilmente straniere, per interessi commerciali-militari legati alla sua competenza professionale’. Tuttavia – prosegue Galasso – “a causa del lungo tempo trascorso e soprattutto dell’insieme di negligenze e depistaggi che hanno accompagnato l’indagine fin dal primo giorno, come riconosciuto dalla stessa Corte d’Appello, gli autori del sequestro sono rimasti ignoti. Una ragionevole pista investigativa, sulla traccia dei colpevoli, denominata ‘libica’, si è affacciata sempre ad opera dell’incessante iniziativa dei familiari e senza alcuna risposta sul versante né giudiziario né istituzionale”.

Da qui parte il processo civile iniziato a ottobre 2012 e terminato dopo quattro anni esatti, ad ottobre 2016. Autore della sentenza – della quale, ribadiano, ancora oggi non si ha traccia, né si conosce ovviamente l’esito – è il giudice Maria Rosaria Covelli, che nel frattempo è stata promossa e trasferita al tribunale di Viterbo.

Va rammentato che appena iniziato il processo, cinque anni fa, i Cervia hanno subito un attentato intimidatorio, per fortuna con danni contenuti all’abitazione: dell’esplosivo, infatti, era stato posizionato alla finestra di un cucinotto adiacente. Le successive indagini non hanno dato alcun esito: i carabinieri non riusciti a stabilire le cause dell’esplosione né tantomeno a ricostruire la dinamica dell’attentato. A febbraio 2017, poi, altre minacce alla figlia Erika.

LE CARTE TAROCCATE, LE VERSIONI FARLOCCHE

Durante il processo, comunque, la famiglia ha avuto modo di produrre una gran mole di documenti che provano depistaggi, errori & omissioni. Tra i vari testi sentiti, da segnalare soprattutto gli alti ufficiali della Marina Militare imbarcati sulla nava Maestrale, con Davide, nonché il Generale dei Carabinieri in pensione, all’epoca dei fatti Comandante del reparto SIOS della Marina Militare, Vincenzo Savona.

Una testimonianza-base, quest’ultima, per comprendere fino in fondo la autentica volontà di alcuni apparati dello Stato di giungere alla verità. Nel 1991 aveva già firmato una relazione, Savona, in cui sottolineava le scarse capacità tecniche di Davide Cervia, che avrebbe solo “cambiato fusibili bruciati”. Ecco cosa scriveva il capo del Sios: “durante il suo periodo di imbarco su Nave Maestrale, il Cervia non era destinato alla tenuta e/o manutenzione di sistemi d’arma; è soltanto in grado di effettuare l’ordinaria manutenzione e piccole riparazioni, come la sostituzione di fusibili bruciati e di schede difettose”. Un elettricista, insomma.

Nicola Mancino

Nicola Mancino

E’ proprio sulle effettive capacità tecniche di Davide che si scontrano in modo frontale due tesi del tutto opposte, le quali si concretizzano in due curricula paralleli, uno taroccato per misteriosi motivi dagli stessi apparati dello Stato, l’altro che rappresenta il vero ‘foglio matricolare’ del giovane militare (e contenente la qualifica autentica, ETE/GE).

Partiamo dal fronte dei ‘negazionisti’ della sue capacità, come Savona.

Ecco cosa viene scritto in una relazione dei carabinieri di Velletri a botta calda, dicembre 1990, dopo aver effettuato le prime, sommarie indagini presso il minisero della Difesa-Marina: “aveva conoscenze tecniche poco appetibili a servizi segreti stranieri o organizzazioni dedite a spionaggio industriale perchè reperibili sul mercato con poca o nessuna spesa” E poi: “lavorava in ambienti per nulla tutelati dal segreto, operando spalla a spalla con i militari di leva”. Un somaro o poco più, per quei carabinieri.

Così sottolineava il procuratore capo di Velletri, Vito Giampietro, ad aprile 1994. “L’ipotesi di rapimento da parte dei servizi segreti stranieri, acriticamente privilegiata dai mass media, presenta un elevato tasso d’improbabilità, vuoi per l’estrema modestia delle conoscenze tecniche del Cervia, vuoi per l’assoluta mancanza di precedenti analoghi”. Ottimo e abbondante.

Era riuscito a fare ancor di più Nicola Mancino, l’allora ministro degli Interni che, rispondendo ad un’interrogazione presentata da Francesco Rutelli, così puntualizzava: “è stato stabilito che il ruolo avuto dal Sig. Cervia nella Marina Militare non era ritenuto affatto specialistico, ma di normale routine per un addetto alle trasmissioni”. Secco ma ampiamente infondato, come viene palesemente dimostrato da una sfilza di documenti e dichiarazioni che di seguito passiamo in rapida carrellata.

UN MILITARE SUPERESPERTO IN ELETTRONICA & ARMI

Il generale Sergio Siracusa

Il generale Sergio Siracusa

Partiamo da una “sorta di schedatura” contenuta in un fascicolo dello Stato Maggiore della Marina Militare, secondo reparto del Sios, Ufficio C, in cui viene riportato che Davide era stato proposto per “incarichi di particolare segretezza”. Tale documento verrà inviato non subito, come sarebbe stato il caso, ma solo dopo oltre 5 anni agli inquirenti. Strano.

Passiamo a due rapporti dei carabinieri di marzo 1991. Quelli di Tivoli si esprimono su un corso effettuato da Cervia presso la società Elettronica di Roma: “Il livello di classifica del corso era riservatissimo. (…) Gli apparati della classe Maestrale citati sono ancora installati sulle navi della Marina Militare”. Mentre quelli di Firenze danno un parere sul corso Sma tenutosi nel capoluogo toscano: “La natura del corso fu di estrema specializzazione su di un sistema idoneo alla sincronizzazione delle varie frequenze radar attive su navi da guerra”. Non roba da scout.

Un appunto riservato del Sismi, poi, e firmato ad agosto 1996 dal generale Sergio Siracusa, così recita: “l’esperienza maturata dal Cervia nel settore per la produzione di batterie per auto, per altro molto più recente ed aggiornata rispetto a quella fatta quattro anni prima nella Marina Militare, poteva essere d’interesse degli iracheni”.

E infine, nella scheda valutativa rilasciata in occasione del congedo viene sottolineato che “il sottufficiale si è messo in evidenza per le ottime qualità generali. Accanto ad una preparazione professionale di rilievo ha acquisito con il tempo anche una notevole esperienza di bordo rendendosi elemento fondamentale. Ha contribuito in maniera fattiva alla esecuzione delle manutenzioni preventive e correttive sugli apparati di GE, facendosi apprezzare per l’elevata preparazione professionale e le doti di interesse e dedizione al servizio”.

Ancora. Quattro anni fa l’anziano istruttore di Cervia, Giovanni Cossu, ha sottolineato che Davide era uno dei massimi esperti di sistemi d’arma impiegati dalla Marina Militare, tra cui l’Otomat, venduto in mille esemplari anche ad Iraq e Libia.

Guido Pollice

Guido Pollice

Tutta da leggere la risposta scritta al Senato firmata dall’allora sottosegretario alla Difesa, Giuseppe Fassino, ad una interrogazione presentata da Guido Pollice il 10 dicembre 1991: “Le indagini venivano successivamente orientate verso l’ipotesi che la scomparsa del giovane potesse essere attribuita ad oscuri gruppi stranieri che l’avrebbero rapito per avvalersi delle sue conoscenze in materia di guerra elettronica, acquisite durante il servizio prestato dal Cervia presso la Marina Militare. Questa direttrice di indagini – conclude Fassino – si è tuttavia rivelata priva di riscontri positivi e non ha quindi avuto ulteriore seguito”.

Vengono dunque ammesse le capacità tecniche ma del tutto negata la pista del rapimento, a riprova che già a fine 1991 il ministero della Difesa aveva abbandonato ogni tipo di indagine o di iniziativa in direzione del sequestro di persona.

Più chiari di così, purtroppo, si muore solo, e da soli, abbandonati dal proprio Stato. Come è successo a Davide.

PERFINO IL SISMI AMMETTE

E pensare che lo stesso Sismi, storicamente un sepolcro imbiancato, in un rapporto riservato redatto dalla sua sesta sezione, si era lasciato sfuggire una simile analisi: “L’epoca della scomparsa – Crisi del Golfo – e i trascorsi nella stessa Marina Militare quale tecnico elettronico inducono ad ipotizzare che al Cervia si possano verosimilmente essere interessate imprecisate organizzazioni e/o società probabilmente mediorientali (iraniane e/o irachene) e/o nordafricane (libiche). Non sarebbero però da escludere anche Servizi informativi di tali aree quantunque in merito non si disponga di concreti riscontri. Il Cervia, infatti, durante la sua permanenza nella Marina Militare, aveva effettuato corsi su apparecchiature di guerra elettronica, ed era stato imbarcato su una nava della classe Maestrale quale addetto al computer della Centrale Operativa di Combattimento”. Se vi par poco…

Sottolinea la moglie di Davide, Marisa Gentile: “Negare la sua specializzazione significa negare il movente di questo rapimento. Perchè qui sicuramente parliamo di un traffico di tecnici, parallelo al traffico di armi. Un traffico gestito da strutture occulte e parallele del nostro Paese e non solo”.

E denuncia ancora: “I nostri avvocati hanno segnalato 80 punti della vicenda contrassegnati da omissioni, menzogne e depistaggi. Le istituzioni dovrebbero stare al nostro fianco e invece si sono sempre messe di traverso. Come accade anche oggi. L’avvocatura dello Stato, in cambio della rinuncia a chiedere la prescrizione, ci ha fatto firmare un documento che ci impegna a non promuovere altre azioni nei confronti delle amministrazioni pubbliche. Noi abbiamo dovuto cedere pur di arrivare alla sentenza, alla quale teniamo moltissimo”.

E conclude, con grande amarezza: “abbiamo chiesto un risarcimento simbolico, un euro. Vogliamo solo verità e giustizia”.

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