In memoria di un prete rivoluzionario

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Lo hanno pianto più di tutti i romani: giusto. Lando Fiorini è stato la voce della romanità canora, un portabandiera con salde radici nello star system della capitale, un suo figlio passionalmente innamorato e ampiamente ricambiato. Il rammarico per il suo esodo non ha confini regionali, altrettanto motivato dall’empatia con Lando Fiorini che ha esondato dalla popolarità locale.

Quasi in contemporanea si è spenta la vita di don Riboldi. Ho conosciuto e intervistato quest’uomo del Signore. Non avesse superato il traguardo dei novant’anni, avrebbe meritato di entrare con ruoli di vertice nello staff di Papa Francesco che opera per liberare la Chiesa da patologie incancrenite e collusioni con il potere temporale, l’affarismo, la degenerazione di settori dominanti del clero e di sacerdoti indegni di rappresentare Cristo in terra.

La morte di don Riboldi ha spiazzato i media e specialmente chi negli organi d’informazione ha il compito di predisporre i cosiddetti coccodrilli, ovvero i materiali di archivio da utilizzare tempestivamente per articoli-necrologio su personaggi di spicco. Don Riboldi lo era più di molti altri. La sua scomparsa avrebbe dovuto sollecitare in chi ne ha scritto post mortem il racconto di un’epopea di straordinario valore sociale che a suo tempo fu rivoluzionaria. Questo combattivo sacerdote guidò il movimento di protesta dei terremotati del Belice, abbandonati dallo Stato. Dalla Sicilia a Roma, don Riboldi guidò il viaggio della contestazione e anticipò, antesignano delle rivendicazioni successive (Friuli, Irpinia, Italia centrale) il diritto di tornare alla normalità.

Vescovo di Acerra, don Riboldi, don, come ha sempre chiesto di essere semplicemente noto, è stato paladino della lotta alla camorra e si è esposto a ritorsioni. Per anni ha vissuto protetto dalla scorta e subìto minacce: una vita in pericolo, nel territorio che spegne nel sangue le voci di denuncia della criminalità. Anche di questa stagione di un’esistenza a rischio avrebbe potuto attingere il ricordo di Don Riboldi. Non è stato così, per non “sottrarre” spazio alle news sulla discesa in campo dei presidenti delle due Camere, evidentemente preoccupati del loiro futuro post mandato istituzionale. Spazio anche a Salvini che elimina “Nord” dal simbolo della Lega (sempre radicata nell’Italia del lombardo-veneto). Lo stesso Salvini glissa sull’irruzione squadrista di neofascisti nella sede di Como dove era riunita l’associazione per l’accoglienza ai migranti. Intervistato, osa dire del raid “Erano quattro ragazzi con un volantino, mentre è in corso un’invasione pianificata del nostro paese, un tentativo di sostituzione etnica dei nostri lavoratori con dei disperati”. Ancora una volta il difensore dei naziskin finge di dimenticare l’apporto di imprese a lavoratori immigrati al prodotto interno lordo del Paese e la prospettiva di un’Italia in equilibrio anagrafico grazie al contributo di natività dei migranti.

Cosa aspetta la democrazia italiana a contrastare, Costituzione alla mano, la destra di Salvini, Meloni, Alemanno e Storace, che usano pericolosamente argomenti e metodi degli estremisti di Forza Nuova?

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