Trump paga la cambiale firmata agli ebrei Usa per il sostegno elettorale

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Quanto conta l’immenso patrimonio degli israeliti nell’economia degli Stati Uniti? In quante banche e imprese sono cointeressati? Quale influenza esercitano sul potere della Casa Bianca? Il peso di magnati connotati come ultraconservatori filo israeliani nella sconfitta elettorale di Hillary Clinton, a prescindere dai suoi limiti politici ed etici, quanto è stato decisivo? Ogni promessa è debito, recita un motto popolare e Trump, con la follia di eleggere Gerusalemme capitale di Israele ha pagato la cambiale firmata per ottenere l’appoggio di Netanyahu. La scelta spacciata come viatico per la pace nell’area è in realtà la tomba dell’auspicata convivenza con la Palestina, nessun dubbio: la decisione di trasferire l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, per un leader al di sopra delle parti, sarebbe altro se Israele ricambiasse il “regalo” americano offrendo in cambio grandi passi in avanti nel riconoscimento dello Stato palestinese. Per ora così non è e il silenzio di Tel Aviv, di segno opposto, vede Trump in ginocchio, riconoscente agli amici ebrei negli Usa, per il sostegno alla sua elezione da manicomio collettivo, complice mezza America. Ora il presidente della discordia è alla prese con la contestazione internazionale e, peggio, con la scontata e legittima reazione di Hamas che apre le ostilità di una nuova Intifada, anche se fra mille difficoltà interne. L’annuncia il leader politico Ismail Haniyeh: “Il riconoscimento di Gerusalemme quale capitale di Israele è una dichiarazione di guerra nei nostri confronti”. Di qui, un nuovo appello ad al-Fatah affinchè si liberi degli accordi di Oslo, metta fine alla cooperazione di sicurezza con Israele e si adoperi per ripristinare l’unità nazionale palestinese.

Scontri, feriti, via vai di missili. La municipalità di Betlemme ha protestato, luci natalizie spente, tensioni in tutta la Cisgiordania. Sciopero generale, mobilitazione a Hebron. Ramallah, Gaza e nella contesa Gerusalemme est. Trentuno palestinesi feriti da proiettili di gomma sparati dai soldati israeliani ad altezza d’uomo.

E l’Italia, o meglio l’Europa, la Russia, la Cina? Neppure una parola contro, un giudizio di merito. D’altra parte, aver inventato la partenza del Giro d’Italia da Gerusalemme e accettato il diktat degli ebrei contro la dizione Gerusalemme ovest (“la città è tutta nostra”) spiega il perché della mancata condanna di un atto d’imperio del suo presidente, etichettato dallo scrittore ebreo Assaf Gavron come razzista che strizza l’occhio a gruppi neonazisti come Donald Trump. Prende posizione, non a caso, la destra della repubblica ceca e riconosce Gerusalemme capitale israeliana. Esprime preoccupazione la Mogherini e riafferma di sostenere il riconoscimento dei due Stati Palestinese e israeliano, ma non una parola sul colpo di mano di Trump.

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