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“Che confusione…” non è solo l’incipit di una canzone dei Ricchi e Poveri. Anche il leitmotiv della sinistra.


5 dicembre 2017 autore: Luciano Scateni



caos

Un terzetto di green men, fior fiore della gioventù allevata a falce e martello, avverte la mancanza di varianti sul tema della sinistra e partorisce un nuovo soggetto, un nascente partito, un’antitesi ideologica al Pd. La battezza il presidente del Senato, che, strana anomalia istituzionale, ne assume la leadership senza compiere in contemporanea il corretto gesto delle dimissioni da vice Mattarella. Pietro Grasso scende in campo quando ha trascorso settantadue anni della sua vita, in gran parte prestata alla magistratura. Ispiratori e dei ex machina dell’operazione sono i sempiterni Bersani e D’Alema, palesemente ostili al pensionamento dopo molte tornate di legislature, ruoli di governo e di partito. D’Alema è un enfant prodige della politica: il primo incarico a nove anni: eletto rappresentante dei pionieri (associazione del Pci per ragazzi fino ai 15 anni), Togliatti fu profetico “Se tanto mi dà tanto questo farà strada” Strada? Un’autostrada: segretario del partito democratico di sinistra, due volte presidente del consiglio, ministro, deputato per sette legislature, vice presidente dell’Internazionale Socialista. Bersani è a sua volta un precoce candidato a lunga vita in politica. Si racconta, che in quanto chierichetto, organizzò uno sciopero di suoi consimili contro le proposte del parroco sulla destinazione delle offerte. Fondatore di una sezione di Avanguardia Operaia fu convinto dal fratello prete a passare al Pci. Deputato per quattro legislature è stato presidente del consiglio e più volte ministro. Nel 2017 ha lasciato il Pd (dopo Civati e Fassina) e ha fondato con D’Alema, Speranza ed Enrico Rossi “Articolo 1, Movimento Democratico e Progressista.

Gli incontenibili D’Alema e Bersani perdono il pelo di una lunga milizia politica, non il vizio e ignari del bello di appendere nel salotto buono la pergamena che sancisce il diritto al titolo di “onorevole” (tra l’altro usurpato), ci rifanno. L’uno si candida nel suo Salento, l’altro in Emilia, terra natale. Voci, non vocine, raccontano di una possibile candidatura della Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil, a capolista in Lombardia con Liberi e Uguali. Fosse confermato, ecco spiegata la clamorosa spaccatura sindacale sul tema delle norme per il pensionamento e cioè i sì di Cisl e Uil all’accordo con il governo, il no della Cgil, interpretato dai politologi come tirata per la volata elettorale in favore del binomio D’Alema-Bersani.

E Landini, battagliero segretario dei metalmeccanici Fiom? E’ in stand by, come il cinese sulla riva del fiume. Prima di schierarsi si riserva di assistere al passaggio del nemico “defunto”.

Macaluso, vecchia volpe della sinistra boccia Renzi e i suoi antagonisti (Civati, Fratoianni, Fassina e compagni, come “Residuali di battaglie perse” e avverte che la frammentazione costerà al centrosinistra una decina di collegi elettorali.

Peccato, la Rai ha soppresso il format pomeridiano di “Torto o ragione”. Avrebbe potuto invitare Grasso e Renzi, ascoltare le rispettive testimonianze e affidare alla giuria popolare, oltre che al magistrato inquirente, il verdetto sulle diatribe in corso nella sinistra. In mancanza di un giudizio inappellabile, lo smarrimento dell’elettore, convinto antagonista di destra e centro destra, è molto prossimo alla salomonica scelta astensionista.




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