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IL “SUICIDIO” DEL GENERALE CONTI / QUELLA BOLLENTE PISTA DEL PETROLIO DI ENI & TOTAL


24 novembre 2017 autore: Andrea Cinquegrani



MONT Conti

Petrolio sempre bollente, petrolio sempre al centro di intrighi e misteri. E proprio su questa pista investigativa, che porta dritto a casa Total e al caso Tempa Rossa, potrebbero presto indirizzarsi i riflettori degli inquirenti che stanno indagando sul misterioso ‘suicidio’ del generale Guido Conti. Un ‘suicidio’ che, guarda caso, fa il paio con quello dell’ex responsabile dell’impianto Eni di Viggiano, il COVA: si tratta di Gianluca Griffa, ed è avvenuto poco più di quattro anni fa, luglio 2013.

Storia turbolenta, quella del colosso petrolifero di casa nostra, tornata alla ribalta mesi fa con la richiesta di riapertura delle indagini sull’assassinio di Pier Paolo Pasolini, al quale proprio l’ultimo romanzo, Petrolio, è costato la vita: dal giallo Mattei, un tempo vertice Eni anti Sette Sorelle e altro morto per tragica fatalità, a quello del giornalista dell’Ora Mauro De Mauro, fino ai fasti della Razza Padrona incarnata dal potentissimo ex numero uno dell’Eni, Eugenio Cefis.

QUEI DIECI GIORNI AL SERVIZIO DI TOTAL

Il sito di Tempa Rossa qui e sullo sfondo nella foto in alto. In primo piano il generale Guido Conti.

Il sito di Tempa Rossa qui e sullo sfondo nella foto in alto. In primo piano il generale Guido Conti.

Ma partiamo dal caso Conti. La cui morte è coincisa con la ripresa delle indagini sulla tragedia di Rigopiano. E in quest’ottica tutti i media, in coro, hanno seguito quella pista, cui viene fatto espresso cenno nelle due lettere ritrovate e in possesso della magistratura di Sulmona (una misteriosa terza missiva sarebbe ancora in viaggio). “Da quando è successa la tragedia di Rigopiano la mia vita è cambiata. Quelle vittime mi pesano come un macigno. Perchè fra i tanti atti ci sono anche prescrizioni a mia firma”. E poi: “potevo fare di più?”.

Tutti, perciò, accodati nel seguire quei primi indizi, nel leggere il ‘suicidio’ in quella unica chiave. Eppure, l’ex comandante del corpo forestale di Pescara aveva fatto, nella sua carriera, inchieste al calor bianco, dai traffici di rifiuti tossici alle maxi discariche, come quella di Bussi, nel pescarese, la più grande d’Europa.

Ma c’è soprattutto un’altra fondamentale circostanza del tutto oscurata dai media. Lasciata l’arma dei carabinieri, il cinquantottenne generale firma un contratto con la Total, come responsabile dei problemi per la sicurezza ambientale degli impianti in Basilicata, di quella Tempa Rossa già al centro di roventi inchieste della magistratura che hanno portato alle dimissioni dell’ex ministro dell’Industria Federica Guidi. Lavora per una decina di giorni, Conti, alla sua nuova scrivania; poi, improvvisamente, decide di lasciare tutto e di ‘farla finita’.

A fornire ragguagli su questa pista – viste le omissioni della stampa ‘ufficiale’ – provvede un ottimo sito di news, il molisano Primadanoi, cui arriva una strana telefonata. Ecco cosa scrive il direttore Alessandro Biancardi: “Una telefonata giunta il 17 novembre scorso, qualche ora prima del suicidio del generale, alla redazione di Primadanoi.it. Una voce metallica, difficilmente comprensibile, con apparente (anche se sembra molto forzato) accento siciliano. ‘Ha lasciato la Total’, dice l’interlocutore nel messaggio registrato in segreteria, riferendosi al fatto che il generale Conti aveva appunto rinunciato all’incarico assunto appena qualche giorno prima. ‘La notizia la potete verificare chiamando l’azienda oppure chiamando il generale’”.

Federica Guidi

Federica Guidi

Continua la ricostruzione effettuata dal sito: “L’anonimo telefonista non svela un grande mistero, nel senso che c’era più di una persona che sapeva che due giorni prima Conti aveva presentato le sue dimissioni sul tavolo della Total. Non si capisce perchè quella telefonata sia arrivata, sotto quella forma e con quell’accento, proprio poche ore prima del suicidio, proprio quando Conti aveva appena fatto perdere le sue tracce e iniziato a far preoccupare la famiglia”.

Prosegue Primadanoi: “Forse non c’entra molto, forse niente, forse era solo il messaggio di un lettore insospettito da quelle dimissioni o forse c’è dell’altro, c’è qualcosa di più di una semplice pressione psicologica da parte di quell’incarico assunto a Tempa Rossa. Forse il ruolo di Rigopiano nella sua decisione è solo una parte della storia. Chissà se in quegli scritti lasciati nell’auto sul monte Morrone non ci siano elementi in più per ricostruire la vicenda. Perchè, a dirla tutta, sembra strano che Conti nel suo scritto abbia parlato di Rigopiano e non accennato per niente alla Total e alla decisione di lasciarla così rapidamente”.

LETTERE DEI MISTERI E UN ARCHIVIO DA DISTRUGGERE  

A proposito delle lettere di Conti, viene subito in mente una forte somiglianza con un altro giallo da novanta, un altro ‘suicidio’ dalle tante anomalie, quello del responsabile della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena David Rossi, volato giù dal quarto piano di Palazzo Salimbeni. Anche lì tre lettere alla famiglia che, stando ad una minuziosa perizia grafologica di parte, non sono spontanee, ma frutto di una coercizione, cioè scritte sotto minaccia. Tanto per accreditare la pista del suicidio da forte stress.

Sembra il copione del giallo Conti.

primadanoiSeguiamo ancora quanto scrive Primadanoi: “Che la sua morte non sia dovuta alla sola vicenda di Rigopiano sembra esserne convinta anche la procura di Sulmona che, non a caso, ha indirizzato le sue ricerche soprattutto sull’ultima fase professionale di Conti: il suo addio alla divisa e la sua assunzione alla Total. I carabinieri dell’Aquila hanno già sentito diversi dirigenti della multinazionale del petrolio, tra cui l’amministratore delegato Francois Rafin e hanno anche acquisito le conversazioni che Conti ebbe il 7 novembre e nei giorni seguenti con il blogger ambientalista Giorgio Santoriello con cui ebbe un vivace confronto su Facebook proprio in relazione al passaggio dell’uomo dello Stato nella fila di una multinazionale privata. Sui misteri di Tempa Rossa e gli effetti inquinanti”.

Non è finita. C’è un altro episodio inquietante nelle ultime ore di vita del generale. Quando, il giorno prima di essere ammazzato, pardòn ‘suicidato’, Conti va nella sede di una società di informatica di cui era cliente da tempo, la ‘Archimede‘ e ordina di distruggere tutto quanto è contenuto nel suo computer: una vita di inchieste, documenti, tracce da novanta.

“Non era il solito generale – racconta il titolare della società – che veniva da noi, si sedeva e chiacchierava. Stavolta era freddo e determinato. Aveva una gran fretta di cancellare tutti i dati”.

Commenta Primadanoi: “Aveva fretta di cancellare la sua memoria, il generale, quella custodita sui social dai quali aveva già oscurato il profilo due giorni prima del suicidio e quella conservata nel suo computer dove, probabilmente, c’erano dati sensibili, troppo sensibili. Che evidentemente dovevano sparire. Chissà, forse sotto la pressione di un ricatto, di una minaccia, che più che lui, avrebbe potuto colpire la famiglia: ‘Sappiate che qualsiasi cosa fa papà – aveva detto alle figlie venerdì mattina – la fa per il vostro bene’. La domanda è quale potesse essere il male”.

Ma ecco l’ultima, rivelata da Primadanoi: il generale Conti prima di ‘suicidarsi’ ha effettuato un prelievo bancomat…

IL GIALLO DELL’INGEGNER GRIFFA / GATTA CI COVA

Passiamo al secondo giallo. Che guarda caso torna alla ribalta delle cronache parlamentari proprio in questi giorni, perchè è finalmente arrivata dal governo la risposta ad una interpellanza presentata dalla 5 Stelle Mirella Liuzzi sul caso dell’ingegner Griffa.

Gianluca Griffa

Gianluca Griffa

Scrivono i parlamentari grillini delle commissioni Ambiente di Camera e Senato: “apprendiamo della morte dell’ex generale Conti, che abbiamo conosciuto in passato per la lotta alle ecomafie. La notizia del suo presunto suicidio ci lascia basiti. Proprio ieri abbiamo ricevuto una risposta evasiva all’interpellanza presentata da Mirella Liuzzi su un altro caso di strano suicidio che riguarda sempre il petrolio lucano, quello dell’ingegnere Griffa. Circostanze tutte poco chiare. Chiediamo che sia fatta assoluta chiarezza”.

Ma cosa ha replicato il governo? Lapidaria la risposta: “Nessuna lettera è pervenuta al Governo dall’ingegnere Gianluca Griffa”. Dall’Aldilà, di solito, non arrivano missive. Da restare di nuovo basiti.

Per fortuna c’è la procura di Potenza, guidata da Luigi Gay, ad indagare. Anche se sono ormai trascorsi più di quattro anni da quel tragico 22 luglio 2013 in cui Griffa venne trovato appeso ad un albero delle sue campagne di Montà d’Alba, nel cuneese, dove era nato 38 anni prima.

Lasciò una lettera-testamento prima d’essere ammazzato, pardòn ‘suicidato’, il responsabile dell’impianto lucano che stava dando grossi problemi. Problemi di pesanti perdite di greggio segnalati ai superiori ben 5 anni fa, mentre sono poi venuti alla luce, in via ufficiale, solo 1 anno fa. E in quel buco nero – è il caso di dirlo – cosa è successo? Quale devastante inquinamento è stato prodotto? Per questo l’ingegner Griffa non doveva più parlare. Come il generale Conti, che appena arrivato, con il suo grande fiuto investigativo, aveva subito capito che aria tirava.

L’impianto al centro del giallo è il COVA – già il nome è tutto un programma – di Viggiano, ossia il Centro Olio griffato Eni. Nella sua lettera-testamento Griffa scrive una sorta di perizia tecnica, in cui dettaglia tutti i rischi connessi alle perdite e i suoi vani tentativi di convincere i dirigenti in tempi brevi a diminuire i volumi di produzione, per non aggravare il danno.

Il documento è stato inviato ai carabinieri di Viggiano e agli ispettori ministeriali. Griffo scrive che quelle perdite “per ordini superiori” vennero “nascoste”. I serbatoi non tenevano, erano ormai corrosi e le perdite totali assommavano ad almeno 400 tonnellate di greggio, finite nei terreni agricoli. Tanto per concimare meglio. Una vera bomba ecologica che nessuno doveva scoprire.

Ed è solo un anno fa, invece, che la Regione Basilicata stoppa l’impianto, per le sue evidenti carenze. Ma si tratta di un fermo breve, solo qualche mese, per poi riprendere a pieno regime a metà di quest’anno.

UNA SCENA INQUINATA

Aveva paura di finire lui sotto inchiesta, perchè era il responsabile del Cova, l’ingegner Griffa. Per questo decise, cinque anni fa, di segnalare la bomba ai suoi dirigenti, che in tutta risposta decisero invece di aumentare la produzione.

Poi cominciarono le ritorsioni, un vero mobbing: un periodo di ferie forzate, una missione all’estero tanto per ‘dimenticare’ quel petrolio bollente. Per arrivare alla convocazione di Milano, un faccia a faccia con i suoi capi.

Dopo quattro giorni viene trovato impiccato. Da Milano, infatti, era tornato nel suo cuneese per riflettere, per rimuginare.

E la stessa scena del crimine, padòn del ‘suicidio’, rappresenta un ulteriore giallo nel giallo. Quella scena, infatti, è stata alterata, perchè – scrive un sito di controinformazione – “durante il secondo giorno di ricerche, in un punto diverso rispetto a quello dove poi è avvenuto il ritrovamento, i carabinieri trovano una corda appesa ad un albero ed un borsello contenente il cellulare e le sigarette del giovane ingegnere. Gli stessi carabinieri affermano con certezza che erano già passati in quel punto nelle ore precedenti, non notando niente di strano”.

Non solo un lontano passato che torna col Petrolio firmato Pasolini. Non solo le inchieste cominciate un paio d’anni fa dalla procura milanese per corruzione internazionale di marca Eni & Saipem in Brasile, Algeria e Nigeria, più volte raccontate dalla Voce.  Non solo la Tempa Rossa cominciata sempre due anni fa.

Adesso anche i gialli del generale Conti e dell’ingegner Griffa.

 

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