Francesco premier, fantastica utopia

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E’ un ovvio, inimmaginabile paradosso, ma Lui sembra invitarci a considerarlo un’utopia possibile. Lui è Bergoglio, sua la decisione di imitare Ratzinger: si dimette, partecipa alla prossima tornata elettorale con il partito “Francesco, il rivoluzionario”, raccoglie più del cinquanta percento del voto, è designato da Mattarella a formare il nuovo governo e ne diventa presidente. Avremmo un’Italia dei saggi, degli onesti, moderna, proiettata nel futuro, rispettosa di fatto dei fondamentali a cui si ispira la Costituzione in tema di giustizia sociale, di parità di diritti di ogni diverso.

Torniamo alla realtà. Nel grande guazzabuglio della politica, che svilisce la nobiltà del termine ad opera di mestieranti che s’infilano nei partiti per interessi privati, spesso illeciti, fermiamo l’attenzione su una delle tante inadempienze del Parlamento. Sul tema pieno di insidie del fine vita, ci si accapiglia per contrapposizioni che nulla a hanno a che fare con la sostanza della questione. Favorevoli e contrari al diritto di opporsi all’accanimento terapeutico paralizzano il dibattito e la conseguente decisione per fini anomali e lo schieramento dei sì e dei no dà luogo a una rissa permanente. Premono sull’acceleratore dell’approvazione i Cinquestelle e la sinistra anti Pd, frena il centrodestra, tentennano i dem.

Non se ne fa niente, in Senato giace la legge sul Biotestamento e ci vuole l’intraprendenza coraggiosa di papa Francesco per lanciare un sasso nello stagno del non fare. Il Papa è protagonista di un importante segnale di apertura sul fine vita e la sospensione delle cure, “anche conduce alla morte”. Le reazioni: Brunetta, per forza Italia: “Non è una priorità”, Salvini tace, il restaurato Berlusconi vota contro, Martina (Pd) se la cava con un “invito a riflettere”, Rosy Bindi lo scavalca a sinistra: “Perfino il Papa, con le dichiarazioni di oggi ci ha superato”. C’è poi la sentenza di Emilia Grazia De Biasi, autrice (dimissionaria) della relazione sulla legge sul Fine Vita: “Credo che il Parlamento nella sua autonomia debba considerare il monito del Papa. La legge è equilibrata, non possiamo attardarci per seguire logiche politiche di parte. In gioco c’è la dignità del vivere e del morire”. I “no” sono all’unanimità di provenienza Alternativa Popolare (ala bigotta e iper conservatrice del Parlamento). “No” di Lupi. Sostiene che il Papa si sarebbe schierato contro l’eutanasia (che non c’entra con il tema del fine vita). Gli fanno eco la Lorenzin (la legge va migliorata in Senato), Bianconi (stop alle strumentalizzazioni del Pontefice), Quagliarella e Roccella (Francesco ha subito interpretazioni strumentali). 5Stelle, Speranza e compagni, quelli del sì: “Dare certezza normativa in questa legislatura a scelte di fine vita”.

Il marasma appena descritto è la probante dimostrazione dell’infima mediocrità della politica italiana, che traslata sul terreno di altre e più sostanziali emergenze del Paese, chiarisce tutti i perché della nostra cronica arretratezza socio economica.

Dimettermi? Va de retro, satana. Se un’azienda fallisce, primo imputato è il proprietario, l’amministratore delegato, il massimo dirigente, ma ci si accorge che il calcio fa eccezione a questa logica prassi. Succede dopo il default della nostra nazionale, fuori dai mondiali di Russia a dispetto di un glorioso passato. Via il ct Ventura, ma a vuoto il coro di “via anche Tavecchio”, presidente della Figc”. Avete pensato a un suo attaccamento affettivo al ruolo? Sbagliato. La ragione delI’avvitamento alla comoda poltrona ha motivazioni più venali. E’ la strenua difesa di ben cinque introiti, variamente percepiti in barba a norme che lo impedirebbero, contestate per esempio dal Malgò, presidente del Coni. A memoria dei distratti, Tavecchio, come non pochi politici, merita poi l’attributo di impresentabile. Come racconta Peter Gomez, del Fatto Quotidiano, nel curriculum del “nostro” ro compaiono alcune condanne per concorso in falsità di credito, evasione fiscale e Iva, violazione delle norme antinquinamento, omissione di versamento delle ritenute e di denuncia. Il “nostro” è anche il fine dicitore di becere frasi razzista. Del calciatore di colore Opti Pobà ha detto “E’ venuto qua, che prima mangiava banane e adesso gioca nella Lazio. In Inghilterra si deve prima dimostrare il curriculum e il pedigree”. Nel 2015 se ne esce con la frase “la sede della Lega è stata comprata da un ebreaccio, che non ha niente contro gli ebrei, ma che è meglio tenerli a bada”. Non ci vuole altro per capire che il calcio è una delle escrescenze maleodoranti del nostro tempo balordo.

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